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Benito Jacovitti, tra fumetto e pubblicità.

Jacovitti il fumetto italiano

Oggi è San Giuseppe e si celebra la Festa del Papà, una ricorrenza che in questo marzo 2020 ricorderemo tutti per il clima surreale che stiamo vivendo, per la clausura forzata nelle nostre abitazioni a causa del rischio di contagio del Covid-19, che da un mese sta mettendo a dura prova il nostro Paese e la nostra salute (consentiteci di dire fisica e mentale).

Per rompere la monotonia, proviamo a strapparvi un sorriso ricordando in questa giornata particolare Benito Franco Giuseppe Jacovitti, uno dei nostri maggiori disegnatori di fumetti, nato il 9 marzo 1923 a Termoli.

Jacovitti, autore di personaggi e storie dalla caratteristica sintesi figurativa e linguistica, per il suo taglio illustrativo controcorrente, per le geniali trovate iconografiche ha fatto scuola e avrebbe meritato attenzioni e riconoscimenti maggiori durante la sua carriera di disegnatore (ci lasciò il 3 dicembre 1997).

I più anziani lo ricordano in modo nitido come uno dei principali disegnatori de Il Vittorioso, tanti per il Diario Vitt, per le strisce cariche di salumi e lische di pesce parlanti e, soprattutto per Coccobill, il pistolero che beve camomilla, apparso il 28 marzo 1957 su Il Giorno dei Ragazzi, ma Benito Jacovitti disegnò a partire dagli anni Trenta decine di characters che hanno fatto la storia del fumetto italiano: il Trio Pippo, Pertica e Palla, il criminale Zegar, poi Gionni Galassia, Tom Ficcanaso, Baby Tarallo, oltre a numerose illustrazioni per classici della letteratura come Pinocchio.

Jacovitti era un uomo che non scendeva a compromessi, una sorta di anarco-liberale che pagò nel corso della sua carriera di fumettista la totale lontananza dagli ambienti della contestazione di sinistra degli anni sessanta/settanta e un certo conformismo di quella sinistra vicina ai movimenti studenteschi che oggi definiremmo radical-chic.

Accusato di fascismo per alcuni fumetti pubblicati su Il Corriere dei Ragazzi e osteggiato dai lettori di Linus, fu costretto a concentrarsi prevalentemente sulle illustrazioni e sulle storie brevi come Zorry Kid.

Fu costretto a interrompere la collaborazione anche con l’ala più bacchettona dei cattolici de Il Giornalino dopo la pubblicazione del Kamasultra, un capolavoro di arte comica ed erotica dissacrante, provocatorio, ricco di riferimenti alti e bassi.

Leonardo Gori sostiene che “la sua più grande sfortuna è stata quella di essere nato tra noi. Se fosse nato in America, hanno detto in tanti, sarebbe diventato il rivale numero uno di Walt Disney”.

Quando disegnava i suoi fumetti, non usava sceneggiature e plot narrativi, al contrario i dialoghi e i disegni nascevano contemporaneamente; riusciva con naturalezza a comporre le sue tavole arricchendole man mano di particolari, di segni, di linee a pennino in cui improvvisazione e rigore compositivo si incrociano alla perfezione: piedi, dita, salami, vermi, ossa, pettini, lische, spuntano all’interno delle sequenze con piena forza iconica e narrativa.

Jacovitti è stato anche uno dei più prolifici “reinventori” della lingua italiana, sapeva lavorare sul pastiche linguistico senza mai avere la necessità di appesantirsi con citazioni colte, adottava la leggerezza per rivolgersi ai propri lettori con invenzioni fantastiche e dialettali, intrecciava con sapienza artigianale le parodie italiane del Far West di Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello, con lo stile narrativo tipico del fumetto comico italiano degli anni Trenta.

Oggi Benito Jacovitti avrebbe compiuto 97 anni, noi di Garage abbiamo approfittato della Festa del Papà per ricordare uno dei maggiori maestri del fumetto italiano del Novecento, anche perché amava lavorare nel campo della pubblicità; dagli anni Cinquanta i suoi personaggi a fumetti fecero da testimonial per i gelati Eldorado con Cocco Bill coniando anche il claim El Gelato Revolusionario!, per i Caroselli della Rai, per la Facis con Pecor Bill, per l’Olio Teodora con Zorry Kid e ancora per i salami Fiorucci, per i formaggini Mio con il gatto Maramio, per la KitKat e per l’Enel.

Realizzò molti disegni per la Ferrero e per la Nestlé.

Rileggere oggi Jacovitti significa conoscere il recente passato dell’Italia, comprendere a fondo un autore fondamentale della storia del fumetto che non si è mai prestato a conformismi, alle mode contestatarie, agli aggiustamenti di comodo.

 

 

 

Comments 7

  1. Ancora una volta le mie parole scritte e prima pensatesu Jacovitti e la sua vita pubblica e quella segreta, appaiono non in ordine di battitura, in modo tale da dar l’impressione – poi, chissà forse è reale- che il sottoscritto sia un mezzo rimbambito che balbetta a caso cose senza capo e neppure coda.
    Alla fidata Balalaica che di nome fa Laika, dico che, sinceramente, se avrò le conoscenze del caso in merito a quanto mi sarà richiesto dalla sezione americana F.B.I Redazione Vitt e Dintorni, farò il possibile. Direi che comunque andrebbe definito l’argomento nei suoi limiti temporali e nella dimensione da dare al contesto, il suo approfondimento e in quali direzioni.
    Questo lo dico perché nei saggi già usciti su Jacovitti, di lunghezza variabile e dovuti ad autore singolo oppure ad un gruppo di autori come nel caso di Bellacci, Boschi, Gori e Sani ( Toscanacci, dall’acuto ingegno!) il contesto storico è sempre stato predominante con una scelta di dare importanza all’influenza avuta anche dal cinema ( pensate a Goffredo Fofi e ai suoi interventi jacovitteschi per l’editrice “Stampa Alternativa” e riviste o giornali vari e a volte correlati! ), naturalmente i fumetti e loro autori più conosciuti, contemporanei all’area storica e in alcuni casi alla letteratura d’evasione e non , con autori legati al mondo dell’Appendice fino a scrittori relativamente più vicini a noi, quali Calvino o ai classici Yambo, Luigi Motta e, alla lontana Salgari, Melville, Conrad e compagnia bella.
    Veramente un piano di studi e competenze interdisciplinari.
    Tralascio chi ha tirato in ballo la psicanalisi per spiegare certe supposte simbologie, e questo perché per me la psicoanalisi non è certo scienza, ma non di rado voluta ciarlataneria!! A Raymond che mi osserva cogitabondo tenendo fra le mani un albo della serie “Lampo” con avventure a fumetti di Arsenio Lupin disegnate nel 1946 – mi pare- da Ruggero Giovannini chiedo” Ma Zazie è poi cresciuta?? è poi riuscita ad entrare e viaggiare con il metro? Giovannini non è certo come Raymond Queneau, che ha fama di uomo taciturno, laconico, e tale si riconferma: “ Tomaso io Zazie l’ho conosciuta solo sullo schermo nel 1960”; Ruggero sorride accattivante volgendosi a lato per osservare Renata Gelardini che sta sferruzzando per preparargli calzettoni di lana: ha in simpatia Ruggero e non vuole che nelle fredde serate parigine si ammali prendendo freddo ai suoi piedoni ( calza abitualmente il 46!) “Ma caruccio” faccio io, in ascolto c’è pure Tiziana la Gitana, non vorrai deluderla??” Queneau pare ridestarsi e sospira detergendosi il sudore dall’ampia fronte bisbiglia:” Ti delego in toto” e se ne va! Che ci possiamo fare, potremmo chiederlo ad Italo Calvino che ora abita qui a Parigi in un quartiere anonimo del 14° arrondissement, in una via di comune aspetto e di difficile raggiungimento mimetizzata com’è com’é fra tante abitazioni dall’identico aspetto, “sua casa di campagna” come la definisce lui! Mah, Calvino è peggio di Raymond in fatto di lingua parlante, meglio soprassedere. Comunque, col passare del tempo, romanzo, film e alla fine con grande ritardo il fumetto si possono considerare “datati”, superati dall’evolversi del gusto comune??
    Si dice che i capolavori non invecchiano mai, anzi diventano dei classici che tutte le generazioni possono apprezzare.
    Faccio di tutte le erbe un fascio un poco dissonante: Jacovitti, Topor, Queneau, Craveri, Hergè , Disney classico e la sua officina, Barks, il regista Malè, e gli attori Philippe Noiret, Hubert Deschamps, Catherine Demongeot ( in arte Zazie), Antoine Roblot, Jacques Dufilho, Vittorio Caprioli.
    Titolo originale del romanzo e dell’omonimo film del quale ambiguamente vorrei parlare, dopo il silenzio planetario messo in atto in terra di Molière dal capo dell’Eliseo ( geloso del favore intellettuale che spesso mi concede la vetusta consorte) nei riguardi mio articolo “Zazie nel métro incontra Jacovitti”, sono stati superati, sta scivolando nel dimenticatoio??
    La folla oceanica che in attesa sotto al balcone del palazzo stile Liberty che ospita “l’Hotel de la carriere noir” di una stella rosicata, qui in “Place de la culotte” attende da ore la parola del grande Guro che incurante delle attese passa il tempo pregando, facendo le parole crociate, friggendo salcicce in padelline con la bomboletta a gas, leggendo fumetti. Mi avvicino a uno di loro, che fa parte della folla, che appunto sta leggendo un albo a fumetti e chiedo: ”Signore, ehi, Signore, che sta leggendo?? L’uomo alza gli occhi e sorridendo mi mostra la copertina dell’albo. Perbacco!!! si tratta dell’Almanacco estivo di Eureka del 1969 e la storia letta è di Jacovitti!!!
    Ma allora Jac non si è dissolto nel nulla, non è caduto nel dimenticatoio!!! Ha fatto bene Santi a scrivere la prima parte dell’articolo sui “Tre Pi” apparso su “Vitt & Dintorni” n° 41, che pur riferendosi al mese di Settembre 2019, è già uscito creando in questo torrido mese di Luglio un classico paradosso temporale! dimenticando solo di inserire una considerazione non del tutto vana: Jacovitti non di rado, sin dall’inizio, disegnava storie in contemporanea pressato, penso, dal suo desiderio di affrontare argomenti diversi prima che il tempo infierisse sulle sue capacità creative: l’ episodio della famiglia Spaccabue” pubblicato su “Intervallo” del 1945 ( firmato Jac 45 , ma forse iniziato nel mese di Dicembre del 1944 come prima storia dopo “Pinocchio”, poi proseguito per lungo tempo, tanto che la sua ultima parte, “Ghigno il Maligno” lascia intravedere con chiarezza l’evoluzione del suo stile che appare già diverso da storie come “Pippo e il dittatore” e il coevo “Pippo sulla Luna” disegnate in contemporanea o quasi, tanto che lo stile in ambedue le storie evolve contemporaneamente, visibilmente attraverso le loro tavole si intuisce che Il Nostro aveva parecchie storie che elaborava nello stesso tempo!!” Tutti gli ascoltatori di fronte a tale disquisizioni non reggendo alla noia, se la sono data a gambe rifugiandosi nella fermata della vicina metropolitana di Montparnasse, che “underground” di fatto diviene un inestricabile labirinto!!
    Mi allontano sollevato, non dovrò subire le loro rimostranze!!.
    Quella storia, quella che leggeva quel signore sull’Almanacco di Eureka in realtà risale al 1958/59 e apparve a puntate sul supplemento del martedì del “Giorno della Donna” a partire dall’estate del 58, quando io stavo svolgendo il servizio militare a Napoli, su al Vomero.
    Per una serie di ragioni se acquistavo il quotidiano “Il Giorno” con l’allegato, poi dovevo lasciarlo in camerata perché tutti potessero, se volevano, usufruirne.
    Capite che non era possibile collezionare l’inserto, che finiva in casa del maresciallo Gambardella che aveva moglie e figlie.
    Di questi allegati del martedì non ne ho molti: caduti per la Patria!!
    Va beh, tanto…… Ah, la storia in questione si intitola “La famiglia Spaccabue”ed è formata, in origine su “Il giorno della donna”, da due lunghe strisce che formano un mini episodio conclusivo.
    Come già detto inizia sul supplemento del martedì de “Il Giorno”, a partire dal 15 Luglio del 1958 per terminare il 7 Aprile 1959.
    C’è comunque un piccolo mistero, forse chiarito, riguardante la prima puntata del 15/7/1958. All’inizio il supplemento era grande come un foglio del quotidiano, questo fatto fece credere a Jacovitti di poter disporre di molto spazio, tanto che inviò al “Giorno” la prima puntata composta di ben 4 strisce.
    Ma Jac aveva frainteso, lo spazio a sua disposizione non era tanto da consentire la pubblicazione di 4 strisce, ma solo di due. Allora Jacovitti mandò la seconda puntata di due strisce e la prima venne ridotta da 4 a 2 strisce con una drastica azione di forbici al lavoro. ,
    Jacovitti comunque si tenne la versione originale a 4 strisce che poi fu utilizzata in fotocopia nell’occasione di questa “Famiglia Spaccabue” apparsa rimpaginata in verticale sul supplemento di “Eureka” 1969.
    Quando l’editore amatoriale Carlo Conti ristampò la detta storia in albo utilizzò i supplementi del “Giorno della donna”, che pur avendo pubblicata la storia per primi, avevano la prima puntata originale mancante di 11 quadretti e mezzo.
    Se non sono stato chiaro potete chiedere qualsiasi cosa in merito, se non ve ne interessa un bel nulla, beh…. pazienza, io ho fatto il mio dovere di improvvisato filologo.

  2. Post
    Author

    Gentile Tomaso, benvenuto nel blog di Garage e grazie per aver voluto condividere con noi i suoi pensieri su Benito Jacovitti con puntuali ricostruzioni dei suoi lavori.
    Sono d’accordo con lei sulla debolezza dell’analisi psicanalitica utilizzata da alcuni critici per interpretare i simboli che Jac amava disegnare nei suoi fumetti, ma è evidente che in Italia l’orizzonte dei comics soffra ancora di una velata discriminazione intellettuale, incapace di cogliere la sinergia funzionale tra codice iconico e codice verbale, l’incrocio tra letteratura e immagine, tra alto e basso, il “corpus eterogeneo” tanto caro a Roland Barthes che in autori come Jacovitti diventa esplosivo per rompere totalmente gli schemi.
    Molto interessante la storia de “La famiglia Spaccabue” e l’artigianale riduzione delle strip praticata da Jacovitti per le esigenze di impaginazione de “Il Giorno”, così come la ringrazio per aver ricordato la particolare metodologia di lavoro su più storie.

  3. Gentilissimo Alessandro Sottile,
    mi rendo conto che la mia presenza qui, in questo blog, è sfasata, fuori luogo perchè data la mia età (83) non posso realisticamente far parte del mondo di coloro che sono attivi nel lavoro professionale.
    Comunque grazie per aver accettato la mia risposta e avermi risposto.
    Faccio solo un’ultima segnalazione, solo per attirare la sua attenzione su un particollare relativo a quanto da lei riporttato all’inizio di questa pagina del Blog: “…. accusato di Fascismo sul “Corriere dei Ragazzi” eccetera.
    Si parla di Jacovitti naturalmente.
    Questa ipotesi di Jacovitti accusato di Fascismo in quel contesto, è una opinione gratuita di Sauro Pennacchioli direttore di “Giornale Pop”, poi forse ripetuta da altre persone senza alcun accenno di controlli effettuati per approfondimento. Su “Il Corriere dei Ragazzi” Jacovitti non ebbe di fatto grandi scontri con la redazione, direzione o proprietà del giornale per ragazzi in questione, almeno io non ho trovato prove documentali a proposito; anzi, paradossalmente nel 1973, ultimo anno della continuità della collaborazione del Nostro, ho letto che la proprietà del gruppo del “Corriere della sera” aveva maturato la strampalata idea che direzione e collaboratori del “Corriere dei Ragazzi” fossero in odore di comunismo, e questo io penso basandosi sulla loro opinione sui contenuti dei fumetti franco-belgi stampati sul giornalino stesso.
    Ma quello che si legge va sempre preso con precauzione, poi di fatto io non ho mai letto interventi scritti da chi rappresentava la proprietà del gruppo del “Corriere della sera” che avessero ribadito le opinioni prima citate. Insomma, come al solito, anche in questo caso il gatto si mangia la coda1
    Cordialissimi saluti, Tomaso

  4. Grazie Tomaso per avermi citato; ti leggo solo ora, quando ormai ti sarai accorto che non avevo dimenticato che il nostro amato Jac ralizzava più lavori in contemporanea: l’ho solo scritto nella seconda parte dell’articolo. Buona estate a te, al curatore del blog e ai lettori fumettofili! Alessandro Santi

  5. Caro Ale,
    si, prendo atto di quello che leggo su Jacovitti ed altri autori, ma col passar dei mesi continuando a leggere e scrivere ( anche solo per passatempo”), i ricordi entrano in una sorta di frullatore mnemonico che selezione a piacer suo quello che poi mi rimane in mente! Da alcuni mesi sto cercando di sbrogliare una matassa assai aggrovigliata oppure che non imbrogliata qìuasi per nulla, quindi in questo caso lavoro p quasiper nulla! Il problema in generale ha ul lasso di tempo che per comodità ho rinchiuso in un metafrico recinto che parte dal 1957 e raggiunge il 1961, comprendente tutte le storie a fumetti di quei 5 anni a mio parere turbolenti per Jacovitti. L’epicentro di trova inconguamente quasi all’inizioalla fine del 1958 sul TRavaso con “Pasqualino Rififì”!

    Come al solito scrivo più analisi dell’argomento correlate fra loro ma anche diverse, poi alla fine tiro le somme! Spesso il risultato mi spinge a continuare nella ricerca! La cosa per me risulta quasi appagante e il suo senso è leggere tutto quanto, anche se le gli scritti sono in parte ripetitive: cerco di scrivere come procedono i miei pensieri senza linee guida alle quali sottostare, una attività per me liberatoria! Ma purtroppo non tale per i possibili lettori, che poi mi possono anche mandare a quel paese! Pazienza, che ci vuoi fare!
    Te ne propongo uno squarcio!

    Jac Rififì non riceve il martedì ( ma a Pigalle, rue Ravignan fourtythree, forse sì!)

    Su Jacovitti è stato scritto di tutto e da quasi tutti i suoi ammiratori e detrattori. Di tutto ma non “tutto”verrebbe da pensare, se il sottoscritto dopo qualche mese di ricerche, non è riuscito a trovare nessuna notizia certa della genesi della storia di Jacovitti “Pasqualino Rififì”, apparsa sul “Travaso” alla fine del 1958 a partire dal n°49, dopo un’attesa di almeno un mese di digiuno jacovittesco, mentre sul settimanale citato apparivano settimalmente avvisi scritti con disegno o disegnino di Jacovitti che preannunciavano l’arrivo di Pasqualino Rififì !!! Nemmeno Luca Boschi sbroglia tale matassa forse immaginaria( Jacovitti di solito acquisiva notizie e suggestioni varie e poi iniziava le sue storie a fumetti inventandole di tavola in tavola!) su “Il meglio di Cocco Bill e Jacovitti” nel volume edito da Hachette numero 30 del 13 Marzo 2018, dove appare la ristampa di “Pasqualino Rififì”, nell’ambito della quale Boschi svela bene i meccanismi all’origine di detta storia, entrando nel merito con perizia ed acume, ma non può discettare nel merito del perchè e percome delle cause per le quali il Nostro disegnò quella storia unica per ambientazione!! Varrebbe veramente la pena di ristampare in albi singoli le tre storie apparsa fra il 1957 e il 1959 sul gia citato “Travaso”con una corposa prefazione sia storica che legata all’analisi dei contenuti e stile del disegno, senza far però pasticci: tutte storie di quel periodo, trascurate dalle grandi case editrici per decenni per motivi che appaiono assai misteriosi. Per il decennio anni 50 la storia riproposta anche da Cadoni nella sua “Autobiografia” fantasy di Jacovitti è per prima “Bobby Cianuro”, tratta dal Travaso di quell’ anno scombinato , ossia il 1957! ; per gli anni sessanta la storia scelta è invece proprio lo straordinario Pasqualino Rififì, disegnato in effetti fra la fine del 1958 e l inizio del 1959, ma già proiettato verso il divenire dello stile “ hard” jacovittesco sbocciato a fine anni settanta!. Storia a fumetti ritornata alla ribalta dopo più di 50 anni di oblio, della quale ho parlato diffusamente ma in chiave romantica in altro ambitoe tempo passato ( “Vitt&Dintorni” di Marzo 2011). L’ autore definisce questa storia a fumetti una satira di certa imperante letteratura giallonera d’ oltralpe. Da dove prende le mosse Jacovitti per disegnare questa canizza parisienne? Dal romanzo di Auguste le Breton ( nome anagrafico Auguste Montfort) “Du Rififì ches les hommes” edito dalla francese Gallimard nella sua collana noir e risalente al 1994 : l’ anno seguente ne venne tratto un film, per la regia Jules Dassin – Rififì – che nel 1995 vinse la palma d oro al festival di Cannes. Il romanzo tradotto in Italia nel 1958 da Garzanti, letto ora denuncia la sua età, il film, per chi come me, l’ ha visto più volte volte, non ha perso il suo fascino. Probabilmente Jacovitti vide il film? canticchiò forse anche la canzone motivo conduttore della pellicola in prima edizione cantato da Magali Noel, quel Rififi che da noi in Italia il cantante Fred Buscaglione rese famoso. Io ve lo dico, sono un dritto, A me nessuno fa dispetto, Lo sanno tutti che è così, perché mi garba il rififì. Musica di Philippe-Gèrard, parole italiane di Buscaglione-Chiosso. Rififi, era una parola in Argot? Secondo Andrea G. Pinketts il nome era quello del cane di Le Breton: ci dobbiamo credere??? Per i curiosi e i dubbiosi esiste il vocabolario Larousse Du français argotique et populaire. Va beh, son cose che forse se non tutti, molti conoscono. Comunque nella tavola corrispondente alla decima puntata della storia Jacovittesca, di inizio Marzo 1959, avviene una sorta di “cross-over”, in quanto entra in ballo anche il Commissario Maigret creato dal grande George Simenon( In Italia poi dal 1964 al 1973 lle serie televisive , con un successo oggi inimmaginabile, con Gino Cervi nelle parti del Commissario Maigret e Andreina Pagliani nelle vesti di moglie rassegnata all’obbedienzae a cucinare giornalmente gustosi manicarette per il marito goloso e mangione): quindi in questo caso Jacovitti intreccia alla lettera due mondi che sono posti nello stesso ambiente socio /culturale, ma sono opera di invenzione e dovute a due mani diverse, tre se pensiamo al film già prima citato! Curioso che nessuno, a quanto mi risulta, abbia mai citato questo aspetto della storia qui in disamina. Per quanto riguarda invece altra cosa, ovverosia Pasquale, Pasqualino, Pasqualone, un nome usato comunemente da Jacovitti nelle sue abituali declinazioni qualificative di grandezza, perchè molto comune nella sua terra di origine; il suo uso non ci deve porre interrogativi, pensate sul “Travaso” per giustificarne l’uso da parte di “Lisca di pesce”, del perchè ne esistono tracce alle spalle del Nostro anche su “Il Vittorioso”( ricordate la bella storia per bimbi “Pasqualino e Pasqualone” risalente al 1950?) non c’é bisogno di tirare in ballo chi dopo di lui l’ha usato per cantare Pasqualino Maragià, come a volte è stato fatto, oppure in fin dei conti si può anche fare, poiché anche questo, anche se è posteriore al primo citato, è a sua volta calzante!! Mi guardo intorno e indosso gli occhiali donatemi dalla fata Insalata in forma di pappagallino Cocorita che vive libero all’aperto, che di solito mi ferma a chiacchierare ogni mattina nel mio giardino di metri 3×12!! Ahh, così vedo meglio!! Leggere? Ahh, questa è un’altra cosa ancora!! Il significato delle cose scritte è vario e collegato sempre a chi legge, che interpreta il senso delle cose lette a modo suo!Un problema senza via di uscita, una strada chiusa!
    Pensate quello che volete,ognuno è libero di farlo!!

  6. Può capitare che un brano scritto per puro divertimento infastidisca certi lettori??? Pare di si, anche se io poi non ne tengo conto e persevero nella mia “opera”!
    Ecco quindi qui un argomento che io ho rivoltato più di una volta come un calzino, e che nonostante una certa ripetitività, non mi stanco di perseverare in questo diabolico tentativo di parlare di Jacovitti e il “suo” Rififi!!
    mi sono addormentato su una panchina di questa piazza che sembra solo un incrocio di strade: nonostante il mese di Maggio tiepido, vento e questa strana pioggia che parla di solitudine quasi fermando il senso del tempo, mi sferzano senza requie.
    Una sorta di attesa alla Hopper, ma senza tanta luce, con il vento che c’è ma non muove le cose. Pioggia battente, eppure sul set che mi si para davanti, di questo film film amatoriale girato da Jacovitti con la consulenza di Fellini e Simenon truccato da commissario Maigret inizio anni sessanta, il gruppo di cantimbánchi girovaghi di certa etnia lombarda ( riconosco Mastrorocco, Ragni e Maggi tutti e tre in mutandoni per esigenze sceniche ( Fellini docet)!!) incuranti che l ‘addetto alle luci Hopper non illumini la scena, peraltro immota, si impegna per intrattenere i pochi curiosi passanti, che in questo remoto angolo del 20° si affollano intorno a loro. Alla questua penso io minacciandogli improvvisati spettatori a scrocco, con una finta rivoltella fatta di marzapane, raccolgo in tale maniera qualche soldino per la futura ristampa in albo di gran lusso di “Pippo e la pesca”, colorato dal daltonico Lo Tedesco in tandem con Von Turcken, mio cugino svizzero di Ginevra!
    Straziante una voce fuori campo- mi pare Pazzi che soffre di gotta- sottolinea le danze dei tre poveri malcapitati con tonalità e ritmi portoghesi popolari tradizionali.Pazzi un portoghese?? Mah, anche questo non lo immaginavo!!
    Beh, non ci troviamo esattamente nel 20° arrondissement parigino, ma un poco più ad est oltre la Porte des Lilas , dalle parti del cimitero omonimo, dove strade e vicoli si intersecano in modo disordinato mantenendo la casualità della loro disposizione risalente alla fine 800. Ah, la poesia della banlieu, cantata da Prevert e immortalata in tanti films del regista René Clair, la voce conturbante del “brutto anatroccolo” Edith Piaf, l’interprete più autorevole della chanson intime. E poi il film cult Godot, Jean Sernais dal volto impenetrabile nella bagarre del film Rififi, il primo Delon, ambiguo e – per le donne- bellissimo, Jean Gabin e il suo grisbi. Mah, altri tempi. Tempi di noir e di polar. Iacovitti ne sa qualcosa dopo aver collaborato con il settimanale “Il Travaso” durante il periodo 1957/59, con l’ultima storia ispirata sì al film “Rififi’” del 1955, ma anche al romanzo di Simenon” Maigret a Pigalle” ( Maigret au Picratt’s”) e dell’omonimo film del 1965 con Gino Cervi nella a lui ben nota parte di Maigret!! Si lo so, il film viene 5 anni dopo la storia jacovittesca, ma il romanzo di Breton al quale si ispira, ben cinque anni prima!! Non cercate peli nel piatto, questo è solo un racconto di fantasy!!
    Già il fascino del poliziesco, ma io che ci faccio qui ora mentre un freddo vento di tramontana sibilando e scendendo a raffiche dalla banlieu nord mi gela le ossa?
    Beh, è proprio per il misterioso richiamo dell’intrigo alla Simenon con Il commissario Maigret intento a decifrare gli enigmi della mente criminale, che sono qui appostato: sono stato incaricato dalla mente criminale che dirige il “Pop Giornale del fumetto” di rintracciare una persona scomparsa, forse rapita dalle forze occulte della reazione.
    Io ho qualche dubbio e penso che Domenic Volpius, lo scomparso, si sia volontariamente allontanato, abbia cioè di sua spontanea volontà fatto perdere le sue tracce. Certo, quasi certamente alla ricerca di Jacovitti e Caesar inghiottiti loro malgrado da un altro tempo ucronico
    Comunque le rivelazioni di un noto confidente mi hanno segnalato la sua presenza in questo luogo, perciò, essendo stato sontuosamente pagato in sonanti bigliettoni, farò il mio dovere. Un’ombra scivola silenziosa alle mie spalle, un fruscio di seriche vesti e un inebriante profumo di blue gardenia mi fanno intuire che la diabolica Mata Hary junior è pure lei della partita.
    Inutile voltarsi, sarebbe vano il cercare di afferrare questa sorta di fantasma la presenza del quale ho avvertito fin dal primo istante di questa mia indagine parigina.
    Una voce mi fa sobbalzare: “ehi, Tomaso, quale buon vento ti porta in questo luogo dimenticato da Dio?? Perbacco, è la voce del vecchio amico Crepascolo la Trottola, da lungo tempo latitante per intima vocazione . Al suo fianco il comandante Lupus in fabula della X° Mas mi guarda sorridendo tirando rapide finte boccate dal suo immancabile sigaro spento, mentre il colonnello Bruno Arcieri è pensieroso e corrucciato: attende con rassegnazione la sua prossima avventura già scritta dallo scrittore venato di quieto sadismo Gorio de Leonardis!! Angela Ravetta invece si sta cambiando le scarpe, chissà perché? Ah, povero me, son scarpe da corsa in salita quelle che ha indossato!! Angela Ravetta dopo avermi sfidato a seguirla su per l’erta rue de Ravignan, mi concede respiro e ne approfitta per raccontarmi quanto segue: “Su Jacovitti è stato scritto molto da quasi tutti i suoi ammiratori e qualcosa di asfittico dai detrattori, politicizzati con la fissazione che il Nostro essendo nato nel 1923 ed essendo logicamente cresciuto durante il “ventennio”, fosse un fascista ancora a 74 anni, anno della morte. Ma non è stato di fatto scritto “tutto”,verrebbe da pensare, se il sottoscritto dopo qualche mese di ricerche, anche se “sabotato” dalla chiuseura dell’archivo biblioteche modenesi a causa della pandemia, non è riuscito a trovare nessuna notizia certa della genesi, o cause se preferite, della storia di Jacovitti “Pasqualino Rififì”, apparsa sul “Travaso” alla fine del 1958 a partire dal n°49, dopo un’attesa di almeno un mese “ a partire dalla fine della storia precedente”Sempronio, periodo di digiuno jacovittesco, mentre sul settimanale citato apparivano settimalmente avvisi scritti ( tipo “quanto prima” che dovreste vedere postato qui) con disegno o disegnino di Jacovitti che preannunciavano l’arrivo di Pasqualino Rififì !!! Nemmeno Luca Boschi su “Il meglio di Cocco Bill e Jacovitti” nel volume edito da Hachette numero 30 del 13 Marzo 2018, dove appare la ristampa di “Pasqualino Rififì” nell’ambito della quale Boschi svela bene i meccanismi all’origine di detta storia, entrando nel merito con perizia ed acume, ma non può in effetti poi discettare nel merito del perchè e percome delle cause per le quali il Nostro disegnò quella storia unica per ambientazione!!il “noir”, mi dice un esperto, “rappresenta in qualche modo l’altra faccia della storia di un crimine, quella vista dalla parte del criminale. A differenza del classico giallo, per prima cosa, manca del finale consolatorio che tranquillizza il lettore e assicura il colpevole alla giustizia. Nel noir, quello che conta realmente è raccontare lo spaccato di una società – solitamente periferie emarginate, città decadenti, sobborghi malfamati – ma anche il protagonista: generalmente in chiaro-scuso e ai margini della legge. Il noir è stato paragonato al romanzo realista italiano (quello di Verga, per esempio), per la ricerca della rappresentazione della realtà e della società civile. Molto spesso nel noir la figura dell’investigatore passa in secondo piano, l’importante è raccontare, attraverso l’indagine poliziesca, gli aspetti oscuri di una città o della collettività”.Io veramente non le idee certe a proposito, poiché il termine stesso”noir” ha una pluralità di significati anche all’interno della terminologia francese! Varrebbe veramente la pena di ristampare in albi singoli le storie di questo genere che potrebbero di carattere comico made in France e in Itally apparse fra il 1955 e il 1960, sia sul gia citato “Travaso”o altrove , con una corposa prefazione sia storica che legata all’anasisi dei contenuti e stile del disegno, senza far però pasticci: tutte storie di quel periodo, trascurate dalle grandi case editrici per decenni a causa di motivi che appaiono assai misteriosi. Per il decennio anni 50 la storia riproposta anche da Cadoni nella sua “Autobiografia” fantasy di Jacovitti è per prima “Bobby Cianuro”, tratta dal Travaso di quell’ anno scombinato , ossia il 1957! ma Bobby Cianuro è di fatto una storia breve inventata in fretta, e ambientata negli States, quando Jacovitti non aveva minimamente nella testa “Rifif’, romanzo e suoi sguiti letterari sempre farina di Auguste Breton e una sequela di film diversi sullo stesso tema o almeno contenenti nel titolo la magica parola “Rififì”, frutto di differenti registi ed attori con l’arrivo sulla scena di Jean Gabin e in un caso anche della nostra Gina Lollobrigida!! Il fatto che la leggenda riportata e avvalorata da Luca Boschi sempre sullo stesso volume di “Cocco Bill e il meglio di Jacovitti” n°30, che Jac abbia lavorato per “Bobby Cianuro dall’alba alla notte di uno stesso giorno, questo per poterla farla visionaare sempre al direttore Guastaveglia, cosa che a me appare incredibile; per gli anni sessanta la storia scelta da Cadoni nell’ambito suo saggio di una biografia immaginariadi Jac, è invece lo straordinario Pasqualino Rififì, disegnato in effetti fra la fine del 1958 e l inizio del 1959, ma già considerato 8 non precisamente dal sottoscritto) già proiettato verso il divenire dello stile jacovittesco. Storia a fumetti ritornata alla ribalta dopo più di 50 anni di oblio, della quale ho parlato diffusamente ma in chiave romantica/parigina in altro ambito ( Vitt&Dintorni di Marzo 2011). L’ autore definisce questa storia a fumetti una satira di certa imperante letteratura giallonera d’ oltralpe. Da dove prende le mosse Jacovitti per disegnare questa canizza parisienne? Dal romanzo di Auguste le Breton ( nome anagrafico Auguste Montfort) “Du Rififì ches les hommes” edito dalla francese Gallimard nella sua collana noir e risalente al 1954 : l’ anno seguente ne venne tratto un film, per la regia Jules Dassin – Rififì – che nel 1955 vinse la palma d oro al festival di Cannes. Il romanzo tradotto in Italia nel 1958 da Garzanti, letto ora denuncia la sua età, il film, per chi come me, l’ ha visto più volte volte, non ha perso il suo fascino. E un finale adeguato con la morte dei protagonisti tutti “cattivi”. Da notare che Jacovitti sia in Bobby Cianuro” del 1957 ,che in Pasqualino Rififì” del 1958/59 a dar cedito alla sigla con data di jac Probabilmente Jacovitti vide il film? Io sono scettico, canticchiò forse anche la canzone motivo conduttore della pellicola in prima edizione cantata da Magali Noel, quel Rififi che da noi in Italia il cantante Fred Buscaglione rese famoso. Io ve lo dico, sono un dritto, A me nessuno fa dispetto, Lo sanno tutti che è così, perché mi garba il rififì. Musica di Philippe-Gèrard, parole italiane di Buscaglione-Chiosso. Rififi, era una parola in Argot? Secondo Andrea G. Pinketts il nome era quello del cane di Le Breton: ci dobbiamo credere??? Per i curiosi e i dubbiosi esiste il vocabolario Larousse Du français argotique et populaire. Va beh, son cose che forse se non tutti, molti conoscono. Comunque nella tavola corrispondente alla decima puntata della storia Jacovittesca, di inizio Marzo 1959, avviene una sorta di “cross-over”, in quanto entra in ballo anche il Commissario Maigret creato dal grande George Simenon: quindi in questo caso Jacovitti intreccia alla lettera due mondi che sono posti nello stesso ambiente socio /culturale, ma sono opera di invenzione e dovute a due mani diverse, tre se pensiamo al film già prima citato! Di fatto Jacovitti si riferisce al Maigret scritto ma non a quello della televisione italiana che inizierà la prima serie nel 1964!!Curioso che nessuno, a quanto mi risulta, abbia mai citato questo aspetto della storia qui in disamina. Comunque le mie impressioni io le ho scritte e riscritte per i pochi che cercandole sui saggi dedicati a Jac non le hanno trovate, anche perché benchè pubblicate sono ora vaganti in uno spazio di collocazione anaomalo! Per questo in una precedente versione di questo articolo- poi lasciata nel limbo– pensando al genere noir francese. mi son sentito di inserire anche una parte, tutta farina del mio sacco, in quanto a storia narrata da Jacovitti nel clima “Noir francese”, dove da una parte tiro in ballo il Commissario Maigret di Simenon e da un altro verso ricordo lo storico incontro di Place d’Italie fra Leo Malet scrittore della narrativa “Noir” francese e della serie “I nuovi misteri di Parigi”, con protagonista il poliziotto privato Nestor Burma e Il disegnatore Jacques Tardi ai pennelli, che dei volumi di detta serie ne ha trasportati 4 in albi a fumetti editi da Casterman! Ma la progettualità un poco distratta dei fautori internet dell’Associazione Amici del Vittorioso”, portò anni fa alla chiusura del post su facebook con la sparizione degli articoli scritti dal sottoscritto, Nino Cadoni e Toto Buffatti , poi altre iniziative atte a ripartire in bellezza con l’intento di rinnovare il sito facebook. In effetti oggi come oggi tale sito funziona senza impicci, con risultati positivi: tutto è bene quello che finisce bene! La prolificazione francese della serie filmica di “Rififì “in origine scritta in forma di romanzi da August le Breton. è praticamente sconosciuta in Italia: nulla si sa sulla eventuale loro versione in forma di storie a fumetti. Visto che Jacovitti dopo il tribolato esordio del 1958 e 59 di tale “fumetto”, che fu pubblicato ad intervalli irregolari sul “Travaso” probabilmente causato sia degli impegni in altre sedi di Jacovitti, che delle inderogabili regole del direttore Gastaveglia ( detto Guasta, conosciuto per la sua fama di uomo “terribile”) e delle sue riunioni settimanali per “controllare” gli elaborati dei “suoi” disegnatori e fare scelte draconiane a proposito! Io penso che Jacovitti nel 1959, definito il contratto con la proprietà del “Giorno dei Ragazzi”, abbia troncato la collaborazione con “Il Travaso” e anche con “Il Corriere dello Spazio” lasciando incompleta la storia della sua esilarante e inesorabilmente critica “Storia dell’aviazione” ( antimilitarista, poco conosciuta anche dai critici nonostante la sua ristampa dovuta alla nostra Associazione “Amici del Vittorioso”), con un certo sollievo! Mi sogno tutto??

    Occorre specificare che Jacovitti con “Pasqualino Rififì”, che combina, storia ultima sul Travaso” risalente al 1959, E poi ? beh Jac è generoso e travalica le regole del noir alla francese e non fa morire l’attore principale perchè cattivo, lo salva con un escamotage alle aultime vignette! Quindi il suo fumetto parigino come definirlo? di che Genere?? Un genere alla Jacovitti? Con “Rififì” tortuoso percorso verso la non comprensione
    Un sasso gettato in uno stagno suscita onde concentriche che si allargano non solo come apparentemente sembra sulla sua superficie, coinvolgendola nel loro moto, non solo a distanze diverse ma anche in profondità verso la dimensione del subconscio, con diversi effetti; il povero Lo Pazzu sprofondato sul fondo del laghetto del bois di Vincennes, con il probabile intervento della la ninfa detta anche Nereide, che lo aspetta e lo salverà dal torpore paralizzante delle acque gelide, la canna di Gori pescatore di frodo, la barchetta di carta opera sublime del diabolico Sani, il galleggiante del pescatore Bellacci che non demorde anche se da decenni la sua pesca è infruttuosa o quasi! Non diversamente una parola, gettata nella mente a caso, produce onde di superficie e di profondità, una serie infinita di reazioni a catena, coinvolgendo nella sua caduta suoni e immagini, analogie e ricordi, significati e sogni, invenzioni e l’immersione nella dimensione dell’automatismo creativo e del surreale! Sono parole illuminanti, queste di Gianni Rodari e del suo occulto suggeritore a posteriori, Tomaso Prospero, che dovrebbero far capire qual è il senso profondo della sua Grammatica della Fantasia: non un manuale di istruzioni ma un serie di impulsi, che, come sassi nello stagno, generano occasioni di riflessione e di approccio espressivo sui processi che guidano la fantasia. L’espressività è alla base di quasi tutto quello che si va scrivendo, una manipolazione creativa del nostro povero cervello stimolato a non essere meramente ripetitivo!! Da un intervento, credo, di Luca Boschi , esorcizzato per ragioni occulte!
    Il primo volume che Non analizzerò, “ Dal SignorBonaventura a Saturno contro la terra” di Pier Luigi Gaspa, per farvi un favore, lettori in genere , è un saggio fondamentalmente cólto/didattico, rivolto- io credo- ad una utenza di lettori diversamente impegnati, o comunque non adusi ad affrontare simili letture, senza alcuna storia a fumetti ristampata, anche se con moltissime figure a corredo. Non che gli interventi scritti sui volumi jacovitteschi editi ad esempio da “Stampa Alternativa”, siano viceversa più “popolari”, no, tutt ‘altro, ci mancherebbe, ma la parte fondamentale è rappresentata dalle ristampe dei fumetti. Però i due volumi in questione in un certo senso si assomigliano perché ripensano in modo diverso entrambi cose già conosciute in parte in precedenza, con la stranezza di non prendere, mi pare ( se mi sbaglio chiedo scusa in anticipo) mai in considerazione alcuni fra le decine e decine di articoli scritti sul “tempo di Jacovitti” e i suoi dintorni vasti ed eterogei, pubblicati soprattutto su, “ Informavitt / Vitt & Dintorni”, anche se la bibliografia, da pagina 169/72, è veramente cospicua. Per altri versi, su differenti volumi precedenti, quanto è stato scritto è esemplare, vedi il lungo intervento di Goffredo Fofi nei riguardi del periodo storico del 1960/80 all’ interno del quale vengono a collocarsi “Gli anni d’ oro del diario Vitt”. Un intervento degno di quell’ intellettuale impegnato che Fofi è. Criticato però inopinatamente da Gori, Boschi e Sani all interno del loro remake “ Jacovitti. Sessant’anni di surrealismo a fumetti”. Penso alla parte- maggioritaria- dedicata alle storie a fumetti sui libri di Stampa Alternativa, che non di rado dal punto di vista della riproduzione grafica è scarsa: vedi Peppino il Paladino ( una cosa, secondo me, incomprensibile). Certo, il prodotto è – forse- rivolto ad un utenza non specializzata nei riguardi dell epos jacovittesco, però in questo modo, comunque, non si rende un buon servizio alla memoria del rimpianto Lisca di Pesce. Bellacci mi chiese circa 10 anni fa, se su Vitt & Dintorni ci sarebbe stata una presentazione o recensione del volume edito da Nicola Pesce, chiedendo eventualmente a me di provare a farla. Non è da tutti trovare il filo di Arianna che permette di percorrere il labirinto jacovittesco rappresentato da quanto da lui prodotto dal 1939 ad un momento imprecisato degli anni 90. E di capire bene il senso di questa sterminata produzione. Credo, penso, che il lavoro di Bellacci, Boschi, Gori e Sani miri a questo. Secondo me il progetto se è come io suppongo- è veramente ambizioso, nel senso non di una sfrenata brama di onori e casomai anche soldi, ma di un forte desiderio di raggiungere un obbiettivo importante. Sinceramente non saprei dire se poi questo in effetti è avvenuto: da che cosa nascono i miei dubbi? Dal fatto che- è ovvio, ma lo dico lo stesso- quanto scritto, specialmente dai magnifici tre toscani,( Bellacci lo tiro fuori, poiché la sua parte è tecnicamente ineccepibile) esprime spesso pareri e valutazioni storico critiche molto personali, a vote dissonanti con quello che di quelle stesse cose penso io; se la questione viene posta in tale maniera i contenuti del volume in questione sono automaticamente da considerarsi discutibili. Ovverosia cosa sulla quale si potrebbe discutere. Però una ipotesi del genere per concretizzarsi dovrebbe usufruire del dialogo fra le opposte ( in senso amichevole) parti. Ma non credo che Boschi, Gori e Sani, o anche uno solo dei tre, abbia motivazioni per farlo, con me o chiunque altro. Io ho scritto, ma non ho rivevutorisposta, a parte sul blog di Leonardo Gori Se si volessi fare una recensione approfondita del volume qui in questione – attualmente ancora stranamente latitante da molte librerie- non si potrebbe prescindere dal dialogo. Chiaramente una presentazione su Vitt & Dintorni nell ambito della rubrica Sullo scaffale dei libri mi pare doveroso si debba fare. Ma in quale modo??? Io a proposito in effetti qualche idea ce l ho.
    Da buon piccolo megalomane ( mi si perdoni la contraddizione in termini ), ci tengo a ribadire attraverso quanto scrivo la mia individualità. Comunque, dovrei venire a più miti consigli e non partire lancia in resta criticando questo e quello?? Non so, mi sbaglio?? Questo mi viene suggerito anche da Nato Diavoli, che dopo aver letto una bozza del mio articolo intitolato “Pasqualino Rififì & Dintorni”, mi ha amichevolmente tirato le orecchie. io l’ ho poi un poco modificato. Però alla fine ho scritto quello che mi frullava per la testa e che trovate qui di seguito. Il lavoro è adatto per gli Amici del Vitt?? Mah?. Cordiali saluti. Tomaso Jacovitti, Autobiografia (mai scritta), a cura di Antonio Cadoni, Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri editore, Gennaio 2011, pag.157, 20 Ho sotto gli occhi il bel volume di Stampa Alternativa curato da Antonio Cadoni, una Autobiografia assai particolare ricavata alla lettera dalle svariate interviste rilasciate dal Nostro nel corso dei decenni. Le interviste in questione sono state rimontate in modo il più possibile cronologico per dare l impressione di una continuità progressiva nel tempo. Documentatissima dal punto di vista iconografico questa parte del lavoro del nostro Cadoni ci dà un idea di quale portata ed importanza sia l archivio personale dell autore, certamente il più importante in assoluto. A pagina 77 una Bibliografia essenziale elenca in ordine di data ben 35 interviste apparse sui più disparati e a volte inaspettati contenitori : dalla prima risalente al 1959 a quella postuma del 1998 ospitata sul n 559 de Il Venerdì del 27 Novembre di quell anno. Da pagina 139 a157 fa bella mostra di sé la completissima ed illustratissima (due superlativi) Cronologia Jacovittiana : ne sono stati fatti dei passi in avanti da quando nel 1969 sul mensile Il sergente Kirk del genovese Ivaldi apparve la prima cronologia jacovittesca redatta da Manfredo Gittardi!! Ma in verità Jacovitti non teneva molto conto di queste cose e spesso non rispondeva in modo coerente alle domande che gli venivano fatte. Inoltre molti intervistatori presumibilmente si prendevano delle licenze, non solo formali, quindi a volte c è da dubitare che quanto poi è stato pubblicato sia in effetti corrispondente al vero. Quelle sono esternazioni assai bislacche nell ambito delle quali il Nostro prende fischi per fiaschi; non so se per un lapsus della memoria o per una sottile voglia di rimescolare le carte per scopi sui quali si potrebbe dissertare all infinito. Di quali dichiarazioni si tratta? Se siete curiosi andate a pagina 29 del prima citato volume curato da Antonio Cadoni e le troverete. Tutti sappiamo che Jacovitti non sempre era puntuale e preciso nelle sue esternazioni di ricordi e memorie, confondendo non di rado date e nomi: a volte forse volutamente, per tenere sulle spine gli intervistatori, altre volte per dare di sé una immagine diversa, apparire come probabilmente in certe circostanze avrebbe voluto essere, Questo è un tratto comune a tutte la autobiografie, diari, memoriali e quant altro scritto con l intento di mandare ai posteri un messaggio personale, di tramandare una certa immagine di sé Non per niente ci sono storici specializzati nel valutare l attendibilità delle prove documentali. Io non ho intenzione di esaminare al microscopio le interviste, anche perché – bisogna pur dirlo- a volte erano trascritte da semplici telefonate, fatte a voce in modo improvvisato; anche per quelle fatte per lettera o registrate in audio o in video non pensiate sia semplice risalire alle prove documentali originali. Qualcosa ho guardato, letto e visto e su tutto quanto ho sempre preferito lavorare a modo mio traendone spesso dei pastiches, cosa che ho intenzione di fare anche questa volta, Lo faccio per puro e semplice egoismo, ossia perché traggo soddisfazione nello scrivere come e quello che mi garba. Penso al grande Jac che per sua stessa ripetuta ammissione, leggeva molto: già, il nostro Lisca di Pesce: ammirava lo scrittore Italo Calvino, il suo Cavaliere inesistente, la sua indimenticabile traduzione (1967) de I fiori blu di Raymond Queneau e la sua postfazione a detto romanzo che inizia con la seguente citazione: secondo un celebre apologo cinese, Chuang.tzé sogna d essere una farfalla; ma chi dice che non sia la farfalla a sognare d essere Chuang-tzé. E Jac andava anche spesso al cinema ( non solo films western), dove si addormentava sognando di vedere un film con protagonista lui stesso che faceva la parte di uno spettatore intento a guardare un bel film. Poi, svegliatosi, andava a casa dove, stanco morto, cadeva in un profondo sonno senza sogni: la storia a fumetti del 1941 ( disegnata nel) Pippo indaga è nata proprio in tale modo. Quella del 1942 Alì Babà, la prima ad essere stata pubblicata a tutta pagina a colori su Il Vittorioso nel corso del 1942 invece Jac la fece ad occhi ben aperti avendo come spalla l esperto Enrico Basari come aiuto per la sceneggiatura ( intervista del 24 Luglio 1987 a Forte dei Marmi ). In comune queste due storie hanno in comune il fatto che nate con le nuvolette dovettero essere poi sforbiciate per eliminare i baloons, invisi al MINICULPOP, sostituiti da didascalie. La storia Peppino il Paladino, disegnata nel 1942 ma pubblicata sul Vitt tre anni più tardi, la prima riproposta nel volume qui in oggetto ( che divide in decenni l’ intero
    opus iacovittiano) con una resa assai discutibile della qualità grafica, è assai singolare perché appartiene al periodo nel quale per ordine sempre del Ministero della cultura popolare, dovette essere abbandonata persino la quadrettatura delle vignette; problema questo che il nostro Lisca di pesce risolse da par suo, tanto che alcuni di quei lavori a cavallo fra il 1942 e il 43 prendo ad esempio Caccia grossissima ( l ultima puntata apparsa su Il Vittorioso n 22 del 1946, in fondo a destra nell ultimo quadretto mostra la sigla JB 43) che ne è l esempio calzante, è a mio parere sotto tutti i punti di vista STRAORDINARIO!! Varrebbe veramente la pena di ristampare, senza far però pasticci, tutte le storie di quel periodo, trascurate dalle grandi case editrici per motivi che appaiono assai misteriosi. Per il decennio anni 50 la storia riproposta nel volume di Antonio Cadoni è Bobby Cianuro tratta dal Travaso di quell’ anno ; per gli anni sessanta la storia scelta è invece lo straordinario Pasqualino Rififì, disegnato in effetti fra la fine del 1958 e l inizio del 1959! proiettato verso il divenire dello stile jacovittesco? Non mi pare proprio, specialmente per l’ambientazione della storia, che il Nostro scelse per poter mostrare qualche barlume di nudità femminile, che il direttore Guasta tollerava logicamente in un ambito che traeva linfa da questi aspetti considerati allora “trasgressivi”!! Storia a fumetti ritornata alla ribalta dopo più di 50 anni di oblio, della quale ho parlato su “Vitt&Dintorni di Marzo 2011”. L’ autore definisce questa storia a fumetti una satira di certa imperante letteratura giallonera d’ oltralpe. Da dove prende le mosse Jacovitti per disegnare questa canizza parisienne? Dal romanzo di Auguste le Breton ( nome anagrafico Auguste Montfort) “Du Rififì ches les homme”s edito dalla francese Gallimard nella sua collana noir e risalente al 1953 ? Mi pare poco probabile! l ‘anno seguente ne venne tratto un film, per la regia Jules Dassin – Rififì – che nel 1955 vinse la palma d oro al festival di Cannes. Il romanzo tradotto in Italia nel 1958 da Garzanti, letto ora denuncia la sua età e una visione irreale di Parigi tenuta in pugno da bande di algerini, corsi e dalla mala di Pigalle e zone limitrofe! Alla fine emerge la solidarietà di tutte le etnie malavitose di Parigi di fronte al rapimento di un bambino- ritenuta cosa inaudita e mai vista- da parte di due algerini “Terracotta”! il film, per chi come me, l’ ha visto molte volte, rimane un capolavoro di tecnica e di espressività girato nell’orbita del neorealismo con riprese all’aperto della realtà parigina come si presentava nella metà degli anni cinquanta!! Circa dieci anni dopo , nel 1965/66, Gino Landi girando a Parigi “Maigret a Pigalle” con Gino Cervi e troupe al seguito, tratto dal romanzo “Maigret au Picratt’s, girerà con subdola arte manipolatoria all’aperto, ma con il metodo del “taglia e incolla”, scene parigine dove sullo sfondo di piazza della Bastiglia si intravedono scenari delle scalinate di Montmartre, ed altri “imbrogli visivi” degni di un visionario senza freni!! Probabilmente Jacovitti vide il film originale di Dassin? canticchiò forse anche la canzone motivo conduttore della pellicola, quel Rififi che da noi in Italia il cantante Fred Buscaglione rese famoso. “Io ve lo dico, sono un dritto, A me nessuno fa dispetto, Lo sanno tutti che è così, perché mi garba il rififì”. Musica di Philippe-Gèrard, parole italiane di Buscaglione-Chiosso. Rififi, era una parola in Argot? Secondo Andrea G. Pinketts il nome era quello del cane di Le Breton: ci dobbiamo credere??? Per i curiosi e i dubbiosi esiste il vocabolario Larousse Du français argotique et populaire. Va beh, son cose che forse se non tutti, molti conoscono. Comunque io le ho scritte e riscritte per i pochi che cercandole sui saggi dedicati a Jac non le hanno trovate. In pratica gli anni sessanta vengono elusi ( si sarebbe potuto includere una storia come Pippo zumparapappà, ancora inedita dopo la prima ed unica pubblicazione su Il Vittorioso del 1962, ma……. ). Alla fine mi sono deciso: ho impacchettato il mio lungo articolo su Pasqualino Rifif’ì storia a fumetti di Jac, iniziato a scrivere nel corso del 2011, che appare all’nterno di“Autobiografia di Jacovitti, 60 anni di surrealismo a fumetti”, Pasqualino Rififì”( poi questo fumetto riappare nel 2018 sul volume numero trenta della collana edita da Hachette , dedicata a Jacovitti e curata dal fenomenale Luca Boschi!! Mi sto dirigendo verso l ‘ufficio postale di Atene 1( un quartiere parigino) per spedire il tutto a chi?? Forse alla Redazione de Gli Amici del Vitt?? Mah, non ne vale la pena! Ho sudato sette camicie, in dieci anni di fatica e sudore ho dovuto superare mille ostacoli, ma alla fine ce l’ ho fatta! Poi l’ineffabile fato la userà come meglio crederà!
    Ciao a tutti!
    Tomaso

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