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Benito Jacovitti, tra fumetto e pubblicità.

Jacovitti il fumetto italiano

Oggi è San Giuseppe e si celebra la Festa del Papà, una ricorrenza che in questo marzo 2020 ricorderemo tutti per il clima surreale che stiamo vivendo, per la clausura forzata nelle nostre abitazioni a causa del rischio di contagio del Covid-19, che da un mese sta mettendo a dura prova il nostro Paese e la nostra salute (consentiteci di dire fisica e mentale).

Per rompere la monotonia, proviamo a strapparvi un sorriso ricordando in questa giornata particolare Benito Franco Giuseppe Jacovitti, uno dei nostri maggiori disegnatori di fumetti, nato il 9 marzo 1923 a Termoli.

Jacovitti, autore di personaggi e storie dalla caratteristica sintesi figurativa e linguistica, per il suo taglio illustrativo controcorrente, per le geniali trovate iconografiche ha fatto scuola e avrebbe meritato attenzioni e riconoscimenti maggiori durante la sua carriera di disegnatore (ci lasciò il 3 dicembre 1997).

I più anziani lo ricordano in modo nitido come uno dei principali disegnatori de Il Vittorioso, tanti per il Diario Vitt, per le strisce cariche di salumi e lische di pesce parlanti e, soprattutto per Coccobill, il pistolero che beve camomilla, apparso il 28 marzo 1957 su Il Giorno dei Ragazzi, ma Benito Jacovitti disegnò a partire dagli anni Trenta decine di characters che hanno fatto la storia del fumetto italiano: il Trio Pippo, Pertica e Palla, il criminale Zegar, poi Gionni Galassia, Tom Ficcanaso, Baby Tarallo, oltre a numerose illustrazioni per classici della letteratura come Pinocchio.

Jacovitti era un uomo che non scendeva a compromessi, una sorta di anarco-liberale che pagò nel corso della sua carriera di fumettista la totale lontananza dagli ambienti della contestazione di sinistra degli anni sessanta/settanta e un certo conformismo di quella sinistra vicina ai movimenti studenteschi che oggi definiremmo radical-chic.

Accusato di fascismo per alcuni fumetti pubblicati su Il Corriere dei Ragazzi e osteggiato dai lettori di Linus, fu costretto a concentrarsi prevalentemente sulle illustrazioni e sulle storie brevi come Zorry Kid.

Fu costretto a interrompere la collaborazione anche con l’ala più bacchettona dei cattolici de Il Giornalino dopo la pubblicazione del Kamasultra, un capolavoro di arte comica ed erotica dissacrante, provocatorio, ricco di riferimenti alti e bassi.

Leonardo Gori sostiene che “la sua più grande sfortuna è stata quella di essere nato tra noi. Se fosse nato in America, hanno detto in tanti, sarebbe diventato il rivale numero uno di Walt Disney”.

Quando disegnava i suoi fumetti, non usava sceneggiature e plot narrativi, al contrario i dialoghi e i disegni nascevano contemporaneamente; riusciva con naturalezza a comporre le sue tavole arricchendole man mano di particolari, di segni, di linee a pennino in cui improvvisazione e rigore compositivo si incrociano alla perfezione: piedi, dita, salami, vermi, ossa, pettini, lische, spuntano all’interno delle sequenze con piena forza iconica e narrativa.

Jacovitti è stato anche uno dei più prolifici “reinventori” della lingua italiana, sapeva lavorare sul pastiche linguistico senza mai avere la necessità di appesantirsi con citazioni colte, adottava la leggerezza per rivolgersi ai propri lettori con invenzioni fantastiche e dialettali, intrecciava con sapienza artigianale le parodie italiane del Far West di Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello, con lo stile narrativo tipico del fumetto comico italiano degli anni Trenta.

Oggi Benito Jacovitti avrebbe compiuto 97 anni, noi di Garage abbiamo approfittato della Festa del Papà per ricordare uno dei maggiori maestri del fumetto italiano del Novecento, anche perché amava lavorare nel campo della pubblicità; dagli anni Cinquanta i suoi personaggi a fumetti fecero da testimonial per i gelati Eldorado con Cocco Bill coniando anche il claim El Gelato Revolusionario!, per i Caroselli della Rai, per la Facis con Pecor Bill, per l’Olio Teodora con Zorry Kid e ancora per i salami Fiorucci, per i formaggini Mio con il gatto Maramio, per la KitKat e per l’Enel.

Realizzò molti disegni per la Ferrero e per la Nestlé.

Rileggere oggi Jacovitti significa conoscere il recente passato dell’Italia, comprendere a fondo un autore fondamentale della storia del fumetto che non si è mai prestato a conformismi, alle mode contestatarie, agli aggiustamenti di comodo.

 

 

 

Comments 9

  1. Ancora una volta le mie parole scritte e prima pensatesu Jacovitti e la sua vita pubblica e quella segreta, appaiono non in ordine di battitura, in modo tale da dar l’impressione – poi, chissà forse è reale- che il sottoscritto sia un mezzo rimbambito che balbetta a caso cose senza capo e neppure coda.
    Alla fidata Balalaica che di nome fa Laika, dico che, sinceramente, se avrò le conoscenze del caso in merito a quanto mi sarà richiesto dalla sezione americana F.B.I Redazione Vitt e Dintorni, farò il possibile. Direi che comunque andrebbe definito l’argomento nei suoi limiti temporali e nella dimensione da dare al contesto, il suo approfondimento e in quali direzioni.
    Questo lo dico perché nei saggi già usciti su Jacovitti, di lunghezza variabile e dovuti ad autore singolo oppure ad un gruppo di autori come nel caso di Bellacci, Boschi, Gori e Sani ( Toscanacci, dall’acuto ingegno!) il contesto storico è sempre stato predominante con una scelta di dare importanza all’influenza avuta anche dal cinema ( pensate a Goffredo Fofi e ai suoi interventi jacovitteschi per l’editrice “Stampa Alternativa” e riviste o giornali vari e a volte correlati! ), naturalmente i fumetti e loro autori più conosciuti, contemporanei all’area storica e in alcuni casi alla letteratura d’evasione e non , con autori legati al mondo dell’Appendice fino a scrittori relativamente più vicini a noi, quali Calvino o ai classici Yambo, Luigi Motta e, alla lontana Salgari, Melville, Conrad e compagnia bella.
    Veramente un piano di studi e competenze interdisciplinari.
    Tralascio chi ha tirato in ballo la psicanalisi per spiegare certe supposte simbologie, e questo perché per me la psicoanalisi non è certo scienza, ma non di rado voluta ciarlataneria!! A Raymond che mi osserva cogitabondo tenendo fra le mani un albo della serie “Lampo” con avventure a fumetti di Arsenio Lupin disegnate nel 1946 – mi pare- da Ruggero Giovannini chiedo” Ma Zazie è poi cresciuta?? è poi riuscita ad entrare e viaggiare con il metro? Giovannini non è certo come Raymond Queneau, che ha fama di uomo taciturno, laconico, e tale si riconferma: “ Tomaso io Zazie l’ho conosciuta solo sullo schermo nel 1960”; Ruggero sorride accattivante volgendosi a lato per osservare Renata Gelardini che sta sferruzzando per preparargli calzettoni di lana: ha in simpatia Ruggero e non vuole che nelle fredde serate parigine si ammali prendendo freddo ai suoi piedoni ( calza abitualmente il 46!) “Ma caruccio” faccio io, in ascolto c’è pure Tiziana la Gitana, non vorrai deluderla??” Queneau pare ridestarsi e sospira detergendosi il sudore dall’ampia fronte bisbiglia:” Ti delego in toto” e se ne va! Che ci possiamo fare, potremmo chiederlo ad Italo Calvino che ora abita qui a Parigi in un quartiere anonimo del 14° arrondissement, in una via di comune aspetto e di difficile raggiungimento mimetizzata com’è com’é fra tante abitazioni dall’identico aspetto, “sua casa di campagna” come la definisce lui! Mah, Calvino è peggio di Raymond in fatto di lingua parlante, meglio soprassedere. Comunque, col passare del tempo, romanzo, film e alla fine con grande ritardo il fumetto si possono considerare “datati”, superati dall’evolversi del gusto comune??
    Si dice che i capolavori non invecchiano mai, anzi diventano dei classici che tutte le generazioni possono apprezzare.
    Faccio di tutte le erbe un fascio un poco dissonante: Jacovitti, Topor, Queneau, Craveri, Hergè , Disney classico e la sua officina, Barks, il regista Malè, e gli attori Philippe Noiret, Hubert Deschamps, Catherine Demongeot ( in arte Zazie), Antoine Roblot, Jacques Dufilho, Vittorio Caprioli.
    Titolo originale del romanzo e dell’omonimo film del quale ambiguamente vorrei parlare, dopo il silenzio planetario messo in atto in terra di Molière dal capo dell’Eliseo ( geloso del favore intellettuale che spesso mi concede la vetusta consorte) nei riguardi mio articolo “Zazie nel métro incontra Jacovitti”, sono stati superati, sta scivolando nel dimenticatoio??
    La folla oceanica che in attesa sotto al balcone del palazzo stile Liberty che ospita “l’Hotel de la carriere noir” di una stella rosicata, qui in “Place de la culotte” attende da ore la parola del grande Guro che incurante delle attese passa il tempo pregando, facendo le parole crociate, friggendo salcicce in padelline con la bomboletta a gas, leggendo fumetti. Mi avvicino a uno di loro, che fa parte della folla, che appunto sta leggendo un albo a fumetti e chiedo: ”Signore, ehi, Signore, che sta leggendo?? L’uomo alza gli occhi e sorridendo mi mostra la copertina dell’albo. Perbacco!!! si tratta dell’Almanacco estivo di Eureka del 1969 e la storia letta è di Jacovitti!!!
    Ma allora Jac non si è dissolto nel nulla, non è caduto nel dimenticatoio!!! Ha fatto bene Santi a scrivere la prima parte dell’articolo sui “Tre Pi” apparso su “Vitt & Dintorni” n° 41, che pur riferendosi al mese di Settembre 2019, è già uscito creando in questo torrido mese di Luglio un classico paradosso temporale! dimenticando solo di inserire una considerazione non del tutto vana: Jacovitti non di rado, sin dall’inizio, disegnava storie in contemporanea pressato, penso, dal suo desiderio di affrontare argomenti diversi prima che il tempo infierisse sulle sue capacità creative: l’ episodio della famiglia Spaccabue” pubblicato su “Intervallo” del 1945 ( firmato Jac 45 , ma forse iniziato nel mese di Dicembre del 1944 come prima storia dopo “Pinocchio”, poi proseguito per lungo tempo, tanto che la sua ultima parte, “Ghigno il Maligno” lascia intravedere con chiarezza l’evoluzione del suo stile che appare già diverso da storie come “Pippo e il dittatore” e il coevo “Pippo sulla Luna” disegnate in contemporanea o quasi, tanto che lo stile in ambedue le storie evolve contemporaneamente, visibilmente attraverso le loro tavole si intuisce che Il Nostro aveva parecchie storie che elaborava nello stesso tempo!!” Tutti gli ascoltatori di fronte a tale disquisizioni non reggendo alla noia, se la sono data a gambe rifugiandosi nella fermata della vicina metropolitana di Montparnasse, che “underground” di fatto diviene un inestricabile labirinto!!
    Mi allontano sollevato, non dovrò subire le loro rimostranze!!.
    Quella storia, quella che leggeva quel signore sull’Almanacco di Eureka in realtà risale al 1958/59 e apparve a puntate sul supplemento del martedì del “Giorno della Donna” a partire dall’estate del 58, quando io stavo svolgendo il servizio militare a Napoli, su al Vomero.
    Per una serie di ragioni se acquistavo il quotidiano “Il Giorno” con l’allegato, poi dovevo lasciarlo in camerata perché tutti potessero, se volevano, usufruirne.
    Capite che non era possibile collezionare l’inserto, che finiva in casa del maresciallo Gambardella che aveva moglie e figlie.
    Di questi allegati del martedì non ne ho molti: caduti per la Patria!!
    Va beh, tanto…… Ah, la storia in questione si intitola “La famiglia Spaccabue”ed è formata, in origine su “Il giorno della donna”, da due lunghe strisce che formano un mini episodio conclusivo.
    Come già detto inizia sul supplemento del martedì de “Il Giorno”, a partire dal 15 Luglio del 1958 per terminare il 7 Aprile 1959.
    C’è comunque un piccolo mistero, forse chiarito, riguardante la prima puntata del 15/7/1958. All’inizio il supplemento era grande come un foglio del quotidiano, questo fatto fece credere a Jacovitti di poter disporre di molto spazio, tanto che inviò al “Giorno” la prima puntata composta di ben 4 strisce.
    Ma Jac aveva frainteso, lo spazio a sua disposizione non era tanto da consentire la pubblicazione di 4 strisce, ma solo di due. Allora Jacovitti mandò la seconda puntata di due strisce e la prima venne ridotta da 4 a 2 strisce con una drastica azione di forbici al lavoro. ,
    Jacovitti comunque si tenne la versione originale a 4 strisce che poi fu utilizzata in fotocopia nell’occasione di questa “Famiglia Spaccabue” apparsa rimpaginata in verticale sul supplemento di “Eureka” 1969.
    Quando l’editore amatoriale Carlo Conti ristampò la detta storia in albo utilizzò i supplementi del “Giorno della donna”, che pur avendo pubblicata la storia per primi, avevano la prima puntata originale mancante di 11 quadretti e mezzo.
    Se non sono stato chiaro potete chiedere qualsiasi cosa in merito, se non ve ne interessa un bel nulla, beh…. pazienza, io ho fatto il mio dovere di improvvisato filologo.

  2. Post
    Author

    Gentile Tomaso, benvenuto nel blog di Garage e grazie per aver voluto condividere con noi i suoi pensieri su Benito Jacovitti con puntuali ricostruzioni dei suoi lavori.
    Sono d’accordo con lei sulla debolezza dell’analisi psicanalitica utilizzata da alcuni critici per interpretare i simboli che Jac amava disegnare nei suoi fumetti, ma è evidente che in Italia l’orizzonte dei comics soffra ancora di una velata discriminazione intellettuale, incapace di cogliere la sinergia funzionale tra codice iconico e codice verbale, l’incrocio tra letteratura e immagine, tra alto e basso, il “corpus eterogeneo” tanto caro a Roland Barthes che in autori come Jacovitti diventa esplosivo per rompere totalmente gli schemi.
    Molto interessante la storia de “La famiglia Spaccabue” e l’artigianale riduzione delle strip praticata da Jacovitti per le esigenze di impaginazione de “Il Giorno”, così come la ringrazio per aver ricordato la particolare metodologia di lavoro su più storie.

  3. Gentilissimo Alessandro Sottile,
    mi rendo conto che la mia presenza qui, in questo blog, è sfasata, fuori luogo perchè data la mia età (83) non posso realisticamente far parte del mondo di coloro che sono attivi nel lavoro professionale.
    Comunque grazie per aver accettato la mia risposta e avermi risposto.
    Faccio solo un’ultima segnalazione, solo per attirare la sua attenzione su un particollare relativo a quanto da lei riporttato all’inizio di questa pagina del Blog: “…. accusato di Fascismo sul “Corriere dei Ragazzi” eccetera.
    Si parla di Jacovitti naturalmente.
    Questa ipotesi di Jacovitti accusato di Fascismo in quel contesto, è una opinione gratuita di Sauro Pennacchioli direttore di “Giornale Pop”, poi forse ripetuta da altre persone senza alcun accenno di controlli effettuati per approfondimento. Su “Il Corriere dei Ragazzi” Jacovitti non ebbe di fatto grandi scontri con la redazione, direzione o proprietà del giornale per ragazzi in questione, almeno io non ho trovato prove documentali a proposito; anzi, paradossalmente nel 1973, ultimo anno della continuità della collaborazione del Nostro, ho letto che la proprietà del gruppo del “Corriere della sera” aveva maturato la strampalata idea che direzione e collaboratori del “Corriere dei Ragazzi” fossero in odore di comunismo, e questo io penso basandosi sulla loro opinione sui contenuti dei fumetti franco-belgi stampati sul giornalino stesso.
    Ma quello che si legge va sempre preso con precauzione, poi di fatto io non ho mai letto interventi scritti da chi rappresentava la proprietà del gruppo del “Corriere della sera” che avessero ribadito le opinioni prima citate. Insomma, come al solito, anche in questo caso il gatto si mangia la coda1
    Cordialissimi saluti, Tomaso

  4. Grazie Tomaso per avermi citato; ti leggo solo ora, quando ormai ti sarai accorto che non avevo dimenticato che il nostro amato Jac ralizzava più lavori in contemporanea: l’ho solo scritto nella seconda parte dell’articolo. Buona estate a te, al curatore del blog e ai lettori fumettofili! Alessandro Santi

  5. Caro Ale,
    si, prendo atto di quello che leggo su Jacovitti ed altri autori, ma col passar dei mesi continuando a leggere e scrivere ( anche solo per passatempo”), i ricordi entrano in una sorta di frullatore mnemonico che selezione a piacer suo quello che poi mi rimane in mente! Da alcuni mesi sto cercando di sbrogliare una matassa assai aggrovigliata oppure che non imbrogliata qìuasi per nulla, quindi in questo caso lavoro p quasiper nulla! Il problema in generale ha ul lasso di tempo che per comodità ho rinchiuso in un metafrico recinto che parte dal 1957 e raggiunge il 1961, comprendente tutte le storie a fumetti di quei 5 anni a mio parere turbolenti per Jacovitti. L’epicentro di trova inconguamente quasi all’inizioalla fine del 1958 sul TRavaso con “Pasqualino Rififì”!

    Come al solito scrivo più analisi dell’argomento correlate fra loro ma anche diverse, poi alla fine tiro le somme! Spesso il risultato mi spinge a continuare nella ricerca! La cosa per me risulta quasi appagante e il suo senso è leggere tutto quanto, anche se le gli scritti sono in parte ripetitive: cerco di scrivere come procedono i miei pensieri senza linee guida alle quali sottostare, una attività per me liberatoria! Ma purtroppo non tale per i possibili lettori, che poi mi possono anche mandare a quel paese! Pazienza, che ci vuoi fare!
    Te ne propongo uno squarcio!

    Jac Rififì non riceve il martedì ( ma a Pigalle, rue Ravignan fourtythree, forse sì!)

    Su Jacovitti è stato scritto di tutto e da quasi tutti i suoi ammiratori e detrattori. Di tutto ma non “tutto”verrebbe da pensare, se il sottoscritto dopo qualche mese di ricerche, non è riuscito a trovare nessuna notizia certa della genesi della storia di Jacovitti “Pasqualino Rififì”, apparsa sul “Travaso” alla fine del 1958 a partire dal n°49, dopo un’attesa di almeno un mese di digiuno jacovittesco, mentre sul settimanale citato apparivano settimalmente avvisi scritti con disegno o disegnino di Jacovitti che preannunciavano l’arrivo di Pasqualino Rififì !!! Nemmeno Luca Boschi sbroglia tale matassa forse immaginaria( Jacovitti di solito acquisiva notizie e suggestioni varie e poi iniziava le sue storie a fumetti inventandole di tavola in tavola!) su “Il meglio di Cocco Bill e Jacovitti” nel volume edito da Hachette numero 30 del 13 Marzo 2018, dove appare la ristampa di “Pasqualino Rififì”, nell’ambito della quale Boschi svela bene i meccanismi all’origine di detta storia, entrando nel merito con perizia ed acume, ma non può discettare nel merito del perchè e percome delle cause per le quali il Nostro disegnò quella storia unica per ambientazione!! Varrebbe veramente la pena di ristampare in albi singoli le tre storie apparsa fra il 1957 e il 1959 sul gia citato “Travaso”con una corposa prefazione sia storica che legata all’analisi dei contenuti e stile del disegno, senza far però pasticci: tutte storie di quel periodo, trascurate dalle grandi case editrici per decenni per motivi che appaiono assai misteriosi. Per il decennio anni 50 la storia riproposta anche da Cadoni nella sua “Autobiografia” fantasy di Jacovitti è per prima “Bobby Cianuro”, tratta dal Travaso di quell’ anno scombinato , ossia il 1957! ; per gli anni sessanta la storia scelta è invece proprio lo straordinario Pasqualino Rififì, disegnato in effetti fra la fine del 1958 e l inizio del 1959, ma già proiettato verso il divenire dello stile “ hard” jacovittesco sbocciato a fine anni settanta!. Storia a fumetti ritornata alla ribalta dopo più di 50 anni di oblio, della quale ho parlato diffusamente ma in chiave romantica in altro ambitoe tempo passato ( “Vitt&Dintorni” di Marzo 2011). L’ autore definisce questa storia a fumetti una satira di certa imperante letteratura giallonera d’ oltralpe. Da dove prende le mosse Jacovitti per disegnare questa canizza parisienne? Dal romanzo di Auguste le Breton ( nome anagrafico Auguste Montfort) “Du Rififì ches les hommes” edito dalla francese Gallimard nella sua collana noir e risalente al 1994 : l’ anno seguente ne venne tratto un film, per la regia Jules Dassin – Rififì – che nel 1995 vinse la palma d oro al festival di Cannes. Il romanzo tradotto in Italia nel 1958 da Garzanti, letto ora denuncia la sua età, il film, per chi come me, l’ ha visto più volte volte, non ha perso il suo fascino. Probabilmente Jacovitti vide il film? canticchiò forse anche la canzone motivo conduttore della pellicola in prima edizione cantato da Magali Noel, quel Rififi che da noi in Italia il cantante Fred Buscaglione rese famoso. Io ve lo dico, sono un dritto, A me nessuno fa dispetto, Lo sanno tutti che è così, perché mi garba il rififì. Musica di Philippe-Gèrard, parole italiane di Buscaglione-Chiosso. Rififi, era una parola in Argot? Secondo Andrea G. Pinketts il nome era quello del cane di Le Breton: ci dobbiamo credere??? Per i curiosi e i dubbiosi esiste il vocabolario Larousse Du français argotique et populaire. Va beh, son cose che forse se non tutti, molti conoscono. Comunque nella tavola corrispondente alla decima puntata della storia Jacovittesca, di inizio Marzo 1959, avviene una sorta di “cross-over”, in quanto entra in ballo anche il Commissario Maigret creato dal grande George Simenon( In Italia poi dal 1964 al 1973 lle serie televisive , con un successo oggi inimmaginabile, con Gino Cervi nelle parti del Commissario Maigret e Andreina Pagliani nelle vesti di moglie rassegnata all’obbedienzae a cucinare giornalmente gustosi manicarette per il marito goloso e mangione): quindi in questo caso Jacovitti intreccia alla lettera due mondi che sono posti nello stesso ambiente socio /culturale, ma sono opera di invenzione e dovute a due mani diverse, tre se pensiamo al film già prima citato! Curioso che nessuno, a quanto mi risulta, abbia mai citato questo aspetto della storia qui in disamina. Per quanto riguarda invece altra cosa, ovverosia Pasquale, Pasqualino, Pasqualone, un nome usato comunemente da Jacovitti nelle sue abituali declinazioni qualificative di grandezza, perchè molto comune nella sua terra di origine; il suo uso non ci deve porre interrogativi, pensate sul “Travaso” per giustificarne l’uso da parte di “Lisca di pesce”, del perchè ne esistono tracce alle spalle del Nostro anche su “Il Vittorioso”( ricordate la bella storia per bimbi “Pasqualino e Pasqualone” risalente al 1950?) non c’é bisogno di tirare in ballo chi dopo di lui l’ha usato per cantare Pasqualino Maragià, come a volte è stato fatto, oppure in fin dei conti si può anche fare, poiché anche questo, anche se è posteriore al primo citato, è a sua volta calzante!! Mi guardo intorno e indosso gli occhiali donatemi dalla fata Insalata in forma di pappagallino Cocorita che vive libero all’aperto, che di solito mi ferma a chiacchierare ogni mattina nel mio giardino di metri 3×12!! Ahh, così vedo meglio!! Leggere? Ahh, questa è un’altra cosa ancora!! Il significato delle cose scritte è vario e collegato sempre a chi legge, che interpreta il senso delle cose lette a modo suo!Un problema senza via di uscita, una strada chiusa!
    Pensate quello che volete,ognuno è libero di farlo!!

  6. Può capitare che un brano scritto per puro divertimento infastidisca certi lettori??? Pare di si, anche se io poi non ne tengo conto e persevero nella mia “opera”!
    Ecco quindi qui un argomento che io ho rivoltato più di una volta come un calzino, e che nonostante una certa ripetitività, non mi stanco di perseverare in questo diabolico tentativo di parlare di Jacovitti e il “suo” Rififi!!
    mi sono addormentato su una panchina di questa piazza che sembra solo un incrocio di strade: nonostante il mese di Maggio tiepido, vento e questa strana pioggia che parla di solitudine quasi fermando il senso del tempo, mi sferzano senza requie.
    Una sorta di attesa alla Hopper, ma senza tanta luce, con il vento che c’è ma non muove le cose. Pioggia battente, eppure sul set che mi si para davanti, di questo film film amatoriale girato da Jacovitti con la consulenza di Fellini e Simenon truccato da commissario Maigret inizio anni sessanta, il gruppo di cantimbánchi girovaghi di certa etnia lombarda ( riconosco Mastrorocco, Ragni e Maggi tutti e tre in mutandoni per esigenze sceniche ( Fellini docet)!!) incuranti che l ‘addetto alle luci Hopper non illumini la scena, peraltro immota, si impegna per intrattenere i pochi curiosi passanti, che in questo remoto angolo del 20° si affollano intorno a loro. Alla questua penso io minacciandogli improvvisati spettatori a scrocco, con una finta rivoltella fatta di marzapane, raccolgo in tale maniera qualche soldino per la futura ristampa in albo di gran lusso di “Pippo e la pesca”, colorato dal daltonico Lo Tedesco in tandem con Von Turcken, mio cugino svizzero di Ginevra!
    Straziante una voce fuori campo- mi pare Pazzi che soffre di gotta- sottolinea le danze dei tre poveri malcapitati con tonalità e ritmi portoghesi popolari tradizionali.Pazzi un portoghese?? Mah, anche questo non lo immaginavo!!
    Beh, non ci troviamo esattamente nel 20° arrondissement parigino, ma un poco più ad est oltre la Porte des Lilas , dalle parti del cimitero omonimo, dove strade e vicoli si intersecano in modo disordinato mantenendo la casualità della loro disposizione risalente alla fine 800. Ah, la poesia della banlieu, cantata da Prevert e immortalata in tanti films del regista René Clair, la voce conturbante del “brutto anatroccolo” Edith Piaf, l’interprete più autorevole della chanson intime. E poi il film cult Godot, Jean Sernais dal volto impenetrabile nella bagarre del film Rififi, il primo Delon, ambiguo e – per le donne- bellissimo, Jean Gabin e il suo grisbi. Mah, altri tempi. Tempi di noir e di polar. Iacovitti ne sa qualcosa dopo aver collaborato con il settimanale “Il Travaso” durante il periodo 1957/59, con l’ultima storia ispirata sì al film “Rififi’” del 1955, ma anche al romanzo di Simenon” Maigret a Pigalle” ( Maigret au Picratt’s”) e dell’omonimo film del 1965 con Gino Cervi nella a lui ben nota parte di Maigret!! Si lo so, il film viene 5 anni dopo la storia jacovittesca, ma il romanzo di Breton al quale si ispira, ben cinque anni prima!! Non cercate peli nel piatto, questo è solo un racconto di fantasy!!
    Già il fascino del poliziesco, ma io che ci faccio qui ora mentre un freddo vento di tramontana sibilando e scendendo a raffiche dalla banlieu nord mi gela le ossa?
    Beh, è proprio per il misterioso richiamo dell’intrigo alla Simenon con Il commissario Maigret intento a decifrare gli enigmi della mente criminale, che sono qui appostato: sono stato incaricato dalla mente criminale che dirige il “Pop Giornale del fumetto” di rintracciare una persona scomparsa, forse rapita dalle forze occulte della reazione.
    Io ho qualche dubbio e penso che Domenic Volpius, lo scomparso, si sia volontariamente allontanato, abbia cioè di sua spontanea volontà fatto perdere le sue tracce. Certo, quasi certamente alla ricerca di Jacovitti e Caesar inghiottiti loro malgrado da un altro tempo ucronico
    Comunque le rivelazioni di un noto confidente mi hanno segnalato la sua presenza in questo luogo, perciò, essendo stato sontuosamente pagato in sonanti bigliettoni, farò il mio dovere. Un’ombra scivola silenziosa alle mie spalle, un fruscio di seriche vesti e un inebriante profumo di blue gardenia mi fanno intuire che la diabolica Mata Hary junior è pure lei della partita.
    Inutile voltarsi, sarebbe vano il cercare di afferrare questa sorta di fantasma la presenza del quale ho avvertito fin dal primo istante di questa mia indagine parigina.
    Una voce mi fa sobbalzare: “ehi, Tomaso, quale buon vento ti porta in questo luogo dimenticato da Dio?? Perbacco, è la voce del vecchio amico Crepascolo la Trottola, da lungo tempo latitante per intima vocazione . Al suo fianco il comandante Lupus in fabula della X° Mas mi guarda sorridendo tirando rapide finte boccate dal suo immancabile sigaro spento, mentre il colonnello Bruno Arcieri è pensieroso e corrucciato: attende con rassegnazione la sua prossima avventura già scritta dallo scrittore venato di quieto sadismo Gorio de Leonardis!! Angela Ravetta invece si sta cambiando le scarpe, chissà perché? Ah, povero me, son scarpe da corsa in salita quelle che ha indossato!! Angela Ravetta dopo avermi sfidato a seguirla su per l’erta rue de Ravignan, mi concede respiro e ne approfitta per raccontarmi quanto segue: “Su Jacovitti è stato scritto molto da quasi tutti i suoi ammiratori e qualcosa di asfittico dai detrattori, politicizzati con la fissazione che il Nostro essendo nato nel 1923 ed essendo logicamente cresciuto durante il “ventennio”, fosse un fascista ancora a 74 anni, anno della morte. Ma non è stato di fatto scritto “tutto”,verrebbe da pensare, se il sottoscritto dopo qualche mese di ricerche, anche se “sabotato” dalla chiuseura dell’archivo biblioteche modenesi a causa della pandemia, non è riuscito a trovare nessuna notizia certa della genesi, o cause se preferite, della storia di Jacovitti “Pasqualino Rififì”, apparsa sul “Travaso” alla fine del 1958 a partire dal n°49, dopo un’attesa di almeno un mese “ a partire dalla fine della storia precedente”Sempronio, periodo di digiuno jacovittesco, mentre sul settimanale citato apparivano settimalmente avvisi scritti ( tipo “quanto prima” che dovreste vedere postato qui) con disegno o disegnino di Jacovitti che preannunciavano l’arrivo di Pasqualino Rififì !!! Nemmeno Luca Boschi su “Il meglio di Cocco Bill e Jacovitti” nel volume edito da Hachette numero 30 del 13 Marzo 2018, dove appare la ristampa di “Pasqualino Rififì” nell’ambito della quale Boschi svela bene i meccanismi all’origine di detta storia, entrando nel merito con perizia ed acume, ma non può in effetti poi discettare nel merito del perchè e percome delle cause per le quali il Nostro disegnò quella storia unica per ambientazione!!il “noir”, mi dice un esperto, “rappresenta in qualche modo l’altra faccia della storia di un crimine, quella vista dalla parte del criminale. A differenza del classico giallo, per prima cosa, manca del finale consolatorio che tranquillizza il lettore e assicura il colpevole alla giustizia. Nel noir, quello che conta realmente è raccontare lo spaccato di una società – solitamente periferie emarginate, città decadenti, sobborghi malfamati – ma anche il protagonista: generalmente in chiaro-scuso e ai margini della legge. Il noir è stato paragonato al romanzo realista italiano (quello di Verga, per esempio), per la ricerca della rappresentazione della realtà e della società civile. Molto spesso nel noir la figura dell’investigatore passa in secondo piano, l’importante è raccontare, attraverso l’indagine poliziesca, gli aspetti oscuri di una città o della collettività”.Io veramente non le idee certe a proposito, poiché il termine stesso”noir” ha una pluralità di significati anche all’interno della terminologia francese! Varrebbe veramente la pena di ristampare in albi singoli le storie di questo genere che potrebbero di carattere comico made in France e in Itally apparse fra il 1955 e il 1960, sia sul gia citato “Travaso”o altrove , con una corposa prefazione sia storica che legata all’anasisi dei contenuti e stile del disegno, senza far però pasticci: tutte storie di quel periodo, trascurate dalle grandi case editrici per decenni a causa di motivi che appaiono assai misteriosi. Per il decennio anni 50 la storia riproposta anche da Cadoni nella sua “Autobiografia” fantasy di Jacovitti è per prima “Bobby Cianuro”, tratta dal Travaso di quell’ anno scombinato , ossia il 1957! ma Bobby Cianuro è di fatto una storia breve inventata in fretta, e ambientata negli States, quando Jacovitti non aveva minimamente nella testa “Rifif’, romanzo e suoi sguiti letterari sempre farina di Auguste Breton e una sequela di film diversi sullo stesso tema o almeno contenenti nel titolo la magica parola “Rififì”, frutto di differenti registi ed attori con l’arrivo sulla scena di Jean Gabin e in un caso anche della nostra Gina Lollobrigida!! Il fatto che la leggenda riportata e avvalorata da Luca Boschi sempre sullo stesso volume di “Cocco Bill e il meglio di Jacovitti” n°30, che Jac abbia lavorato per “Bobby Cianuro dall’alba alla notte di uno stesso giorno, questo per poterla farla visionaare sempre al direttore Guastaveglia, cosa che a me appare incredibile; per gli anni sessanta la storia scelta da Cadoni nell’ambito suo saggio di una biografia immaginariadi Jac, è invece lo straordinario Pasqualino Rififì, disegnato in effetti fra la fine del 1958 e l inizio del 1959, ma già considerato 8 non precisamente dal sottoscritto) già proiettato verso il divenire dello stile jacovittesco. Storia a fumetti ritornata alla ribalta dopo più di 50 anni di oblio, della quale ho parlato diffusamente ma in chiave romantica/parigina in altro ambito ( Vitt&Dintorni di Marzo 2011). L’ autore definisce questa storia a fumetti una satira di certa imperante letteratura giallonera d’ oltralpe. Da dove prende le mosse Jacovitti per disegnare questa canizza parisienne? Dal romanzo di Auguste le Breton ( nome anagrafico Auguste Montfort) “Du Rififì ches les hommes” edito dalla francese Gallimard nella sua collana noir e risalente al 1954 : l’ anno seguente ne venne tratto un film, per la regia Jules Dassin – Rififì – che nel 1955 vinse la palma d oro al festival di Cannes. Il romanzo tradotto in Italia nel 1958 da Garzanti, letto ora denuncia la sua età, il film, per chi come me, l’ ha visto più volte volte, non ha perso il suo fascino. E un finale adeguato con la morte dei protagonisti tutti “cattivi”. Da notare che Jacovitti sia in Bobby Cianuro” del 1957 ,che in Pasqualino Rififì” del 1958/59 a dar cedito alla sigla con data di jac Probabilmente Jacovitti vide il film? Io sono scettico, canticchiò forse anche la canzone motivo conduttore della pellicola in prima edizione cantata da Magali Noel, quel Rififi che da noi in Italia il cantante Fred Buscaglione rese famoso. Io ve lo dico, sono un dritto, A me nessuno fa dispetto, Lo sanno tutti che è così, perché mi garba il rififì. Musica di Philippe-Gèrard, parole italiane di Buscaglione-Chiosso. Rififi, era una parola in Argot? Secondo Andrea G. Pinketts il nome era quello del cane di Le Breton: ci dobbiamo credere??? Per i curiosi e i dubbiosi esiste il vocabolario Larousse Du français argotique et populaire. Va beh, son cose che forse se non tutti, molti conoscono. Comunque nella tavola corrispondente alla decima puntata della storia Jacovittesca, di inizio Marzo 1959, avviene una sorta di “cross-over”, in quanto entra in ballo anche il Commissario Maigret creato dal grande George Simenon: quindi in questo caso Jacovitti intreccia alla lettera due mondi che sono posti nello stesso ambiente socio /culturale, ma sono opera di invenzione e dovute a due mani diverse, tre se pensiamo al film già prima citato! Di fatto Jacovitti si riferisce al Maigret scritto ma non a quello della televisione italiana che inizierà la prima serie nel 1964!!Curioso che nessuno, a quanto mi risulta, abbia mai citato questo aspetto della storia qui in disamina. Comunque le mie impressioni io le ho scritte e riscritte per i pochi che cercandole sui saggi dedicati a Jac non le hanno trovate, anche perché benchè pubblicate sono ora vaganti in uno spazio di collocazione anaomalo! Per questo in una precedente versione di questo articolo- poi lasciata nel limbo– pensando al genere noir francese. mi son sentito di inserire anche una parte, tutta farina del mio sacco, in quanto a storia narrata da Jacovitti nel clima “Noir francese”, dove da una parte tiro in ballo il Commissario Maigret di Simenon e da un altro verso ricordo lo storico incontro di Place d’Italie fra Leo Malet scrittore della narrativa “Noir” francese e della serie “I nuovi misteri di Parigi”, con protagonista il poliziotto privato Nestor Burma e Il disegnatore Jacques Tardi ai pennelli, che dei volumi di detta serie ne ha trasportati 4 in albi a fumetti editi da Casterman! Ma la progettualità un poco distratta dei fautori internet dell’Associazione Amici del Vittorioso”, portò anni fa alla chiusura del post su facebook con la sparizione degli articoli scritti dal sottoscritto, Nino Cadoni e Toto Buffatti , poi altre iniziative atte a ripartire in bellezza con l’intento di rinnovare il sito facebook. In effetti oggi come oggi tale sito funziona senza impicci, con risultati positivi: tutto è bene quello che finisce bene! La prolificazione francese della serie filmica di “Rififì “in origine scritta in forma di romanzi da August le Breton. è praticamente sconosciuta in Italia: nulla si sa sulla eventuale loro versione in forma di storie a fumetti. Visto che Jacovitti dopo il tribolato esordio del 1958 e 59 di tale “fumetto”, che fu pubblicato ad intervalli irregolari sul “Travaso” probabilmente causato sia degli impegni in altre sedi di Jacovitti, che delle inderogabili regole del direttore Gastaveglia ( detto Guasta, conosciuto per la sua fama di uomo “terribile”) e delle sue riunioni settimanali per “controllare” gli elaborati dei “suoi” disegnatori e fare scelte draconiane a proposito! Io penso che Jacovitti nel 1959, definito il contratto con la proprietà del “Giorno dei Ragazzi”, abbia troncato la collaborazione con “Il Travaso” e anche con “Il Corriere dello Spazio” lasciando incompleta la storia della sua esilarante e inesorabilmente critica “Storia dell’aviazione” ( antimilitarista, poco conosciuta anche dai critici nonostante la sua ristampa dovuta alla nostra Associazione “Amici del Vittorioso”), con un certo sollievo! Mi sogno tutto??

    Occorre specificare che Jacovitti con “Pasqualino Rififì”, che combina, storia ultima sul Travaso” risalente al 1959, E poi ? beh Jac è generoso e travalica le regole del noir alla francese e non fa morire l’attore principale perchè cattivo, lo salva con un escamotage alle aultime vignette! Quindi il suo fumetto parigino come definirlo? di che Genere?? Un genere alla Jacovitti? Con “Rififì” tortuoso percorso verso la non comprensione
    Un sasso gettato in uno stagno suscita onde concentriche che si allargano non solo come apparentemente sembra sulla sua superficie, coinvolgendola nel loro moto, non solo a distanze diverse ma anche in profondità verso la dimensione del subconscio, con diversi effetti; il povero Lo Pazzu sprofondato sul fondo del laghetto del bois di Vincennes, con il probabile intervento della la ninfa detta anche Nereide, che lo aspetta e lo salverà dal torpore paralizzante delle acque gelide, la canna di Gori pescatore di frodo, la barchetta di carta opera sublime del diabolico Sani, il galleggiante del pescatore Bellacci che non demorde anche se da decenni la sua pesca è infruttuosa o quasi! Non diversamente una parola, gettata nella mente a caso, produce onde di superficie e di profondità, una serie infinita di reazioni a catena, coinvolgendo nella sua caduta suoni e immagini, analogie e ricordi, significati e sogni, invenzioni e l’immersione nella dimensione dell’automatismo creativo e del surreale! Sono parole illuminanti, queste di Gianni Rodari e del suo occulto suggeritore a posteriori, Tomaso Prospero, che dovrebbero far capire qual è il senso profondo della sua Grammatica della Fantasia: non un manuale di istruzioni ma un serie di impulsi, che, come sassi nello stagno, generano occasioni di riflessione e di approccio espressivo sui processi che guidano la fantasia. L’espressività è alla base di quasi tutto quello che si va scrivendo, una manipolazione creativa del nostro povero cervello stimolato a non essere meramente ripetitivo!! Da un intervento, credo, di Luca Boschi , esorcizzato per ragioni occulte!
    Il primo volume che Non analizzerò, “ Dal SignorBonaventura a Saturno contro la terra” di Pier Luigi Gaspa, per farvi un favore, lettori in genere , è un saggio fondamentalmente cólto/didattico, rivolto- io credo- ad una utenza di lettori diversamente impegnati, o comunque non adusi ad affrontare simili letture, senza alcuna storia a fumetti ristampata, anche se con moltissime figure a corredo. Non che gli interventi scritti sui volumi jacovitteschi editi ad esempio da “Stampa Alternativa”, siano viceversa più “popolari”, no, tutt ‘altro, ci mancherebbe, ma la parte fondamentale è rappresentata dalle ristampe dei fumetti. Però i due volumi in questione in un certo senso si assomigliano perché ripensano in modo diverso entrambi cose già conosciute in parte in precedenza, con la stranezza di non prendere, mi pare ( se mi sbaglio chiedo scusa in anticipo) mai in considerazione alcuni fra le decine e decine di articoli scritti sul “tempo di Jacovitti” e i suoi dintorni vasti ed eterogei, pubblicati soprattutto su, “ Informavitt / Vitt & Dintorni”, anche se la bibliografia, da pagina 169/72, è veramente cospicua. Per altri versi, su differenti volumi precedenti, quanto è stato scritto è esemplare, vedi il lungo intervento di Goffredo Fofi nei riguardi del periodo storico del 1960/80 all’ interno del quale vengono a collocarsi “Gli anni d’ oro del diario Vitt”. Un intervento degno di quell’ intellettuale impegnato che Fofi è. Criticato però inopinatamente da Gori, Boschi e Sani all interno del loro remake “ Jacovitti. Sessant’anni di surrealismo a fumetti”. Penso alla parte- maggioritaria- dedicata alle storie a fumetti sui libri di Stampa Alternativa, che non di rado dal punto di vista della riproduzione grafica è scarsa: vedi Peppino il Paladino ( una cosa, secondo me, incomprensibile). Certo, il prodotto è – forse- rivolto ad un utenza non specializzata nei riguardi dell epos jacovittesco, però in questo modo, comunque, non si rende un buon servizio alla memoria del rimpianto Lisca di Pesce. Bellacci mi chiese circa 10 anni fa, se su Vitt & Dintorni ci sarebbe stata una presentazione o recensione del volume edito da Nicola Pesce, chiedendo eventualmente a me di provare a farla. Non è da tutti trovare il filo di Arianna che permette di percorrere il labirinto jacovittesco rappresentato da quanto da lui prodotto dal 1939 ad un momento imprecisato degli anni 90. E di capire bene il senso di questa sterminata produzione. Credo, penso, che il lavoro di Bellacci, Boschi, Gori e Sani miri a questo. Secondo me il progetto se è come io suppongo- è veramente ambizioso, nel senso non di una sfrenata brama di onori e casomai anche soldi, ma di un forte desiderio di raggiungere un obbiettivo importante. Sinceramente non saprei dire se poi questo in effetti è avvenuto: da che cosa nascono i miei dubbi? Dal fatto che- è ovvio, ma lo dico lo stesso- quanto scritto, specialmente dai magnifici tre toscani,( Bellacci lo tiro fuori, poiché la sua parte è tecnicamente ineccepibile) esprime spesso pareri e valutazioni storico critiche molto personali, a vote dissonanti con quello che di quelle stesse cose penso io; se la questione viene posta in tale maniera i contenuti del volume in questione sono automaticamente da considerarsi discutibili. Ovverosia cosa sulla quale si potrebbe discutere. Però una ipotesi del genere per concretizzarsi dovrebbe usufruire del dialogo fra le opposte ( in senso amichevole) parti. Ma non credo che Boschi, Gori e Sani, o anche uno solo dei tre, abbia motivazioni per farlo, con me o chiunque altro. Io ho scritto, ma non ho rivevutorisposta, a parte sul blog di Leonardo Gori Se si volessi fare una recensione approfondita del volume qui in questione – attualmente ancora stranamente latitante da molte librerie- non si potrebbe prescindere dal dialogo. Chiaramente una presentazione su Vitt & Dintorni nell ambito della rubrica Sullo scaffale dei libri mi pare doveroso si debba fare. Ma in quale modo??? Io a proposito in effetti qualche idea ce l ho.
    Da buon piccolo megalomane ( mi si perdoni la contraddizione in termini ), ci tengo a ribadire attraverso quanto scrivo la mia individualità. Comunque, dovrei venire a più miti consigli e non partire lancia in resta criticando questo e quello?? Non so, mi sbaglio?? Questo mi viene suggerito anche da Nato Diavoli, che dopo aver letto una bozza del mio articolo intitolato “Pasqualino Rififì & Dintorni”, mi ha amichevolmente tirato le orecchie. io l’ ho poi un poco modificato. Però alla fine ho scritto quello che mi frullava per la testa e che trovate qui di seguito. Il lavoro è adatto per gli Amici del Vitt?? Mah?. Cordiali saluti. Tomaso Jacovitti, Autobiografia (mai scritta), a cura di Antonio Cadoni, Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri editore, Gennaio 2011, pag.157, 20 Ho sotto gli occhi il bel volume di Stampa Alternativa curato da Antonio Cadoni, una Autobiografia assai particolare ricavata alla lettera dalle svariate interviste rilasciate dal Nostro nel corso dei decenni. Le interviste in questione sono state rimontate in modo il più possibile cronologico per dare l impressione di una continuità progressiva nel tempo. Documentatissima dal punto di vista iconografico questa parte del lavoro del nostro Cadoni ci dà un idea di quale portata ed importanza sia l archivio personale dell autore, certamente il più importante in assoluto. A pagina 77 una Bibliografia essenziale elenca in ordine di data ben 35 interviste apparse sui più disparati e a volte inaspettati contenitori : dalla prima risalente al 1959 a quella postuma del 1998 ospitata sul n 559 de Il Venerdì del 27 Novembre di quell anno. Da pagina 139 a157 fa bella mostra di sé la completissima ed illustratissima (due superlativi) Cronologia Jacovittiana : ne sono stati fatti dei passi in avanti da quando nel 1969 sul mensile Il sergente Kirk del genovese Ivaldi apparve la prima cronologia jacovittesca redatta da Manfredo Gittardi!! Ma in verità Jacovitti non teneva molto conto di queste cose e spesso non rispondeva in modo coerente alle domande che gli venivano fatte. Inoltre molti intervistatori presumibilmente si prendevano delle licenze, non solo formali, quindi a volte c è da dubitare che quanto poi è stato pubblicato sia in effetti corrispondente al vero. Quelle sono esternazioni assai bislacche nell ambito delle quali il Nostro prende fischi per fiaschi; non so se per un lapsus della memoria o per una sottile voglia di rimescolare le carte per scopi sui quali si potrebbe dissertare all infinito. Di quali dichiarazioni si tratta? Se siete curiosi andate a pagina 29 del prima citato volume curato da Antonio Cadoni e le troverete. Tutti sappiamo che Jacovitti non sempre era puntuale e preciso nelle sue esternazioni di ricordi e memorie, confondendo non di rado date e nomi: a volte forse volutamente, per tenere sulle spine gli intervistatori, altre volte per dare di sé una immagine diversa, apparire come probabilmente in certe circostanze avrebbe voluto essere, Questo è un tratto comune a tutte la autobiografie, diari, memoriali e quant altro scritto con l intento di mandare ai posteri un messaggio personale, di tramandare una certa immagine di sé Non per niente ci sono storici specializzati nel valutare l attendibilità delle prove documentali. Io non ho intenzione di esaminare al microscopio le interviste, anche perché – bisogna pur dirlo- a volte erano trascritte da semplici telefonate, fatte a voce in modo improvvisato; anche per quelle fatte per lettera o registrate in audio o in video non pensiate sia semplice risalire alle prove documentali originali. Qualcosa ho guardato, letto e visto e su tutto quanto ho sempre preferito lavorare a modo mio traendone spesso dei pastiches, cosa che ho intenzione di fare anche questa volta, Lo faccio per puro e semplice egoismo, ossia perché traggo soddisfazione nello scrivere come e quello che mi garba. Penso al grande Jac che per sua stessa ripetuta ammissione, leggeva molto: già, il nostro Lisca di Pesce: ammirava lo scrittore Italo Calvino, il suo Cavaliere inesistente, la sua indimenticabile traduzione (1967) de I fiori blu di Raymond Queneau e la sua postfazione a detto romanzo che inizia con la seguente citazione: secondo un celebre apologo cinese, Chuang.tzé sogna d essere una farfalla; ma chi dice che non sia la farfalla a sognare d essere Chuang-tzé. E Jac andava anche spesso al cinema ( non solo films western), dove si addormentava sognando di vedere un film con protagonista lui stesso che faceva la parte di uno spettatore intento a guardare un bel film. Poi, svegliatosi, andava a casa dove, stanco morto, cadeva in un profondo sonno senza sogni: la storia a fumetti del 1941 ( disegnata nel) Pippo indaga è nata proprio in tale modo. Quella del 1942 Alì Babà, la prima ad essere stata pubblicata a tutta pagina a colori su Il Vittorioso nel corso del 1942 invece Jac la fece ad occhi ben aperti avendo come spalla l esperto Enrico Basari come aiuto per la sceneggiatura ( intervista del 24 Luglio 1987 a Forte dei Marmi ). In comune queste due storie hanno in comune il fatto che nate con le nuvolette dovettero essere poi sforbiciate per eliminare i baloons, invisi al MINICULPOP, sostituiti da didascalie. La storia Peppino il Paladino, disegnata nel 1942 ma pubblicata sul Vitt tre anni più tardi, la prima riproposta nel volume qui in oggetto ( che divide in decenni l’ intero
    opus iacovittiano) con una resa assai discutibile della qualità grafica, è assai singolare perché appartiene al periodo nel quale per ordine sempre del Ministero della cultura popolare, dovette essere abbandonata persino la quadrettatura delle vignette; problema questo che il nostro Lisca di pesce risolse da par suo, tanto che alcuni di quei lavori a cavallo fra il 1942 e il 43 prendo ad esempio Caccia grossissima ( l ultima puntata apparsa su Il Vittorioso n 22 del 1946, in fondo a destra nell ultimo quadretto mostra la sigla JB 43) che ne è l esempio calzante, è a mio parere sotto tutti i punti di vista STRAORDINARIO!! Varrebbe veramente la pena di ristampare, senza far però pasticci, tutte le storie di quel periodo, trascurate dalle grandi case editrici per motivi che appaiono assai misteriosi. Per il decennio anni 50 la storia riproposta nel volume di Antonio Cadoni è Bobby Cianuro tratta dal Travaso di quell’ anno ; per gli anni sessanta la storia scelta è invece lo straordinario Pasqualino Rififì, disegnato in effetti fra la fine del 1958 e l inizio del 1959! proiettato verso il divenire dello stile jacovittesco? Non mi pare proprio, specialmente per l’ambientazione della storia, che il Nostro scelse per poter mostrare qualche barlume di nudità femminile, che il direttore Guasta tollerava logicamente in un ambito che traeva linfa da questi aspetti considerati allora “trasgressivi”!! Storia a fumetti ritornata alla ribalta dopo più di 50 anni di oblio, della quale ho parlato su “Vitt&Dintorni di Marzo 2011”. L’ autore definisce questa storia a fumetti una satira di certa imperante letteratura giallonera d’ oltralpe. Da dove prende le mosse Jacovitti per disegnare questa canizza parisienne? Dal romanzo di Auguste le Breton ( nome anagrafico Auguste Montfort) “Du Rififì ches les homme”s edito dalla francese Gallimard nella sua collana noir e risalente al 1953 ? Mi pare poco probabile! l ‘anno seguente ne venne tratto un film, per la regia Jules Dassin – Rififì – che nel 1955 vinse la palma d oro al festival di Cannes. Il romanzo tradotto in Italia nel 1958 da Garzanti, letto ora denuncia la sua età e una visione irreale di Parigi tenuta in pugno da bande di algerini, corsi e dalla mala di Pigalle e zone limitrofe! Alla fine emerge la solidarietà di tutte le etnie malavitose di Parigi di fronte al rapimento di un bambino- ritenuta cosa inaudita e mai vista- da parte di due algerini “Terracotta”! il film, per chi come me, l’ ha visto molte volte, rimane un capolavoro di tecnica e di espressività girato nell’orbita del neorealismo con riprese all’aperto della realtà parigina come si presentava nella metà degli anni cinquanta!! Circa dieci anni dopo , nel 1965/66, Gino Landi girando a Parigi “Maigret a Pigalle” con Gino Cervi e troupe al seguito, tratto dal romanzo “Maigret au Picratt’s, girerà con subdola arte manipolatoria all’aperto, ma con il metodo del “taglia e incolla”, scene parigine dove sullo sfondo di piazza della Bastiglia si intravedono scenari delle scalinate di Montmartre, ed altri “imbrogli visivi” degni di un visionario senza freni!! Probabilmente Jacovitti vide il film originale di Dassin? canticchiò forse anche la canzone motivo conduttore della pellicola, quel Rififi che da noi in Italia il cantante Fred Buscaglione rese famoso. “Io ve lo dico, sono un dritto, A me nessuno fa dispetto, Lo sanno tutti che è così, perché mi garba il rififì”. Musica di Philippe-Gèrard, parole italiane di Buscaglione-Chiosso. Rififi, era una parola in Argot? Secondo Andrea G. Pinketts il nome era quello del cane di Le Breton: ci dobbiamo credere??? Per i curiosi e i dubbiosi esiste il vocabolario Larousse Du français argotique et populaire. Va beh, son cose che forse se non tutti, molti conoscono. Comunque io le ho scritte e riscritte per i pochi che cercandole sui saggi dedicati a Jac non le hanno trovate. In pratica gli anni sessanta vengono elusi ( si sarebbe potuto includere una storia come Pippo zumparapappà, ancora inedita dopo la prima ed unica pubblicazione su Il Vittorioso del 1962, ma……. ). Alla fine mi sono deciso: ho impacchettato il mio lungo articolo su Pasqualino Rifif’ì storia a fumetti di Jac, iniziato a scrivere nel corso del 2011, che appare all’nterno di“Autobiografia di Jacovitti, 60 anni di surrealismo a fumetti”, Pasqualino Rififì”( poi questo fumetto riappare nel 2018 sul volume numero trenta della collana edita da Hachette , dedicata a Jacovitti e curata dal fenomenale Luca Boschi!! Mi sto dirigendo verso l ‘ufficio postale di Atene 1( un quartiere parigino) per spedire il tutto a chi?? Forse alla Redazione de Gli Amici del Vitt?? Mah, non ne vale la pena! Ho sudato sette camicie, in dieci anni di fatica e sudore ho dovuto superare mille ostacoli, ma alla fine ce l’ ho fatta! Poi l’ineffabile fato la userà come meglio crederà!
    Ciao a tutti!
    Tomaso

  7. Straziante una voce fuori campo- mi pare Pazzi che soffre di gotta- sottolinea le danze di tre poveri malcapitati ex redattori di “Vitt & Dintorni” ora a spasso per raggiunti limiti di età, con tonalità e ritmi portoghesi popolari tradizionali. Pazzi un portoghese?? Mah, anche questo non lo immaginavo!!
    Beh, non ci troviamo esattamente nel 20° arrondissement parigino, ma un poco più ad est oltre la Porte des Lilas , dalle parti del cimitero omonimo, dove strade e vicoli si intersecano in modo disordinato mantenendo la casualità della loro disposizione risalente alla fine 800. Ah, la poesia della banlieu, cantata da Prevert e immortalata in tanti films del regista René Clair, la voce conturbante del “brutto anatroccolo” Edith Piaf, l’interprete più autorevole della chanson intime. E poi il film cult Godot, Jean Sernais dal volto impenetrabile nella bagarre del film Rififi, il primo Delon, ambiguo e – per le donne- bellissimo, Jean Gabin e il suo grisbi. Mah, altri tempi. Tempi di noir e di polar. Iacovitti ne sa qualcosa dopo aver collaborato con il settimanale “Il Travaso” durante il periodo 1957/59, con l’ultima storia ispirata sì al film “Rififi’” del 1955, ma anche al romanzo di Simenon” Maigret a Pigalle” ( Maigret au Picratt’s”) e dell’omonimo film del 1965 con Gino Cervi nella a lui ben nota parte di Maigret!! Si lo so, il film viene 5 anni dopo la storia jacovittesca, ma il romanzo di Breton al quale si ispira, ben cinque anni prima!! Non cercate peli nel piatto senza uova, questo è solo un racconto di fantasy!!
    Già il fascino del poliziesco, ma io che ci faccio qui ora mentre un freddo vento di tramontana sibilando e scendendo a raffiche dalla banlieu nord mi gela le ossa?
    Beh, è proprio per il misterioso richiamo dell’intrigo alla Simenon con Il commissario Maigret intento a decifrare gli enigmi della mente criminale, che sono qui appostato: sono stato incaricato dalla mente criminale che dirige il “Pop Giornale del fumetto” di rintracciare una persona scomparsa, forse rapita dalle forze occulte della reazione.
    Io ho qualche dubbio e penso che Domenic Volpius, lo scomparso, si sia volontariamente allontanato, abbia cioè di sua spontanea volontà fatto perdere le sue tracce. Certo, quasi certamente alla ricerca di Jacovitti e Caesar inghiottiti loro malgrado da un altro tempo ucronico dove vivono negli agi di una società veramente cristiana alla lettera, dei primi Vangeli, con Gesù che strapazza i ricconi e i mercanti nel Tempio!
    Comunque le rivelazioni di un noto confidente mi hanno segnalato la sua presenza in questo luogo, perciò, essendo stato sontuosamente pagato in fruscianti pacchetti di noccioline americane ( frutta secca che non dovrebbe incidere sulla glicemia che viceversa nonostante i miei digiuni quasi totali, supera i duecento punti e sarà la causa della mia dipartita!!), farò il mio dovere. Un’ombra scivola silenziosa alle mie spalle, un fruscio di seriche vesti e un inebriante profumo di blue gardenia mi fanno intuire che la diabolica Mata Hary junior è pure lei della partita.
    Inutile voltarsi, sarebbe vano il cercare di afferrare questa sorta di fantasma la presenza del quale ho avvertito fin dal primo istante di questa mia indagine parigina.
    Una voce mi fa sobbalzare: “ehi, Tomaso, quale buon vento ti porta in questo luogo dimenticato da Dio?? Perbacco, è la voce del vecchio amico Crepascolo la Trottola, da lungo tempo latitante per intima vocazione . Al suo fianco il comandante Lupus Irsuto in fabula della X° Mas mi guarda sorridendo, tirando rapide finte boccate dal suo immancabile sigaro spento, mentre il colonnello Bruno Arcieri è pensieroso e corrucciato: attende con rassegnazione la sua prossima avventura già confezionata dallo scrittore venato di quieto sadismo Gorio de Leonardis!! Angela Ravetta che è ritornata alla ribalta del “Giornale Pop”, invece si sta cambiando le scarpe, chissà perché? Ah, povero me, son scarpe da corsa in salita quelle che ha indossato!! Angela Ravetta dopo avermi sfidato a seguirla su per l’erta rue de Ravignan, mi concede respiro e ne approfitta per raccontarmi quanto segue: “Su Jacovitti è stato scritto molto da quasi tutti i suoi ammiratori e qualcosa di asfittico dai detrattori, politicizzati con la fissazione che il Nostro essendo nato nel 1923 ed essendo logicamente cresciuto durante il “ventennio”, fosse un fascista ancora a 74 anni, anno della morte. Ma non è stato di fatto scritto “tutto”, verrebbe da pensare, se il sottoscritto dopo qualche mese di ricerche, anche se “sabotato” dalla chiusura dell’archivo biblioteche modenesi a causa della pandemia di ritorno in questo Dicembre 2022 nonostante la divina “Georgia”osannata dalle masse di incolti novax, abbia strapazzato a colpi dei gatto dalle nove codei suoi sottoposti sempre distratti e con il braccio teso nell’anacronistico”saluto al Ducio!!”, non è riuscito a trovare nessuna notizia certa della genesi, o cause se preferite, della storia di Jacovitti “Pasqualino Rififì”, apparsa sul “Travaso” alla fine del 1958 a partire dal n°49, dopo un’attesa di almeno un mese “ a partire dalla fine della storia precedente”Sempronio, periodo di digiuno jacovittesco, mentre sul settimanale citato apparivano settimanalmente avvisi scritti ( tipo “quanto prima” che dovreste vedere postato qui) con disegno o disegnino di Jacovitti che preannunciavano l’arrivo di Pasqualino Rififì !!! Nemmeno il compianto Luca Boschi su “Il meglio di Cocco Bill e Jacovitti” nel volume edito da Hachette numero 30 del 13 Marzo 2018, dove appare la ristampa di “Pasqualino Rififì” nell’ambito della quale Boschi svela bene i meccanismi all’origine di detta storia, entrando nel merito con perizia ed acume, non può in effetti poi discettare nel merito del perché e percome delle cause per le quali il Nostro disegnò quella storia unica per ambientazione!!il “noir”, mi dice un esperto, “rappresenta in qualche modo l’altra faccia della storia di un crimine, quella vista dalla parte del criminale. A differenza del classico giallo, per prima cosa, manca il finale consolatorio che tranquillizza il lettore e assicura il colpevole alla giustizia”. Nel noir, quello che conta realmente è raccontare lo spaccato di una società – solitamente periferie emarginate, città decadenti, sobborghi malfamati – ma anche il protagonista: generalmente in chiaro-scuso e ai margini della legge -. Il noir è stato paragonato al romanzo realista italiano (quello di Verga, per esempio), per la ricerca della rappresentazione della realtà e della società civile. Molto spesso nel noir la figura dell’investigatore passa in secondo piano, l’importante è raccontare, attraverso l’indagine poliziesca, gli aspetti oscuri di una città o della collettività”.Io veramente non ho le idee certe a proposito, poiché il termine stesso”noir” ha una pluralità di significati anche all’interno della terminologia francese! Varrebbe veramente la pena di ristampare in albi singoli le storie di questo genere che potrebbero ringaluzzurci, di carattere comico made in France e in Itally apparse fra il 1955 e il 1960, sia sul gia citato “Travaso”o altrove , con una corposa prefazione sia storica che legata all’analisi dei contenuti e stile del disegno, senza far però pasticci: tutte storie di quel periodo, trascurate dalle grandi case editrici per decenni a causa di motivi che appaiono assai misteriosi. Per il decennio anni 50 la storia riproposta anche da Cadoni nella sua “Autobiografia” fantasy di Jacovitti, è per prima “Bobby Cianuro”, tratta dal Travaso di quell’ anno scombinato , ossia il 1957! ma Bobby Cianuro è di fatto una storia breve inventata in fretta, e ambientata negli States, quando Jacovitti non aveva minimamente nella testa “Rifif’, romanzo e suoi seguiti letterari sempre farina di Auguste Breton e una sequela di film diversi sullo stesso tema o almeno contenenti nel titolo la magica parola “Rififì”, frutto di differenti registi ed attori con l’arrivo sulla scena di Jean Gabin e in un caso inaspettato anche della nostra Gina Lollobrigida!! Il fatto che la leggenda riportata e avvalorata da Luca Boschi sempre sullo stesso volume di “Cocco Bill e il meglio di Jacovitti” n°30, che Jac abbia lavorato per “Bobby Cianuro” dall’alba alla notte di uno stesso giorno, questo per poterla farla visionare sempre al direttore Guastaveglia, cosa che a me appare incredibile; per gli anni sessanta la storia scelta da Cadoni nell’ambito suo saggio di una biografia immaginaria di Jac, è invece lo straordinario Pasqualino Rififì, disegnato in effetti fra la fine del 1958 e l inizio del 1959, ma già considerato e riscritto non solo dal presente precisamente dal sottoscritto) già proiettato verso il divenire dello stile jacovittesco. Storia a fumetti ritornata alla ribalta dopo più di 50 anni di oblio, della quale ho parlato diffusamente ma in chiave romantica/parigina in altro ambito ( Vitt&Dintorni di Marzo 2011). L’ autore definisce questa storia a fumetti una satira di certa imperante letteratura giallonera d’ oltralpe. Da dove prende le mosse Jacovitti per disegnare questa canizza parisienne? Dal romanzo di Auguste le Breton ( nome anagrafico Auguste Montfort) “Du Rififì ches les hommes” edito dalla francese Gallimard nella sua collana noir e risalente al 1954 : l’ anno seguente ne venne tratto un film, per la regia Jules Dassin – Rififì – che nel 1955 vinse la palma d oro al festival di Cannes. Il romanzo tradotto in Italia nel 1958 da Garzanti, letto ora denuncia la sua età, il film, per chi come me, l’ ha visto più volte volte, non ha perso il suo fascino. E un finale adeguato con la morte dei protagonisti tutti “cattivi”. Da notare che Jacovitti sia in Bobby Cianuro” del 1957 ,che in Pasqualino Rififì” del 1958/59 a dar cedito alla sigla con data di Jac Probabilmente Jacovitti vide il film? Io sono scettico, canticchiò forse anche la canzone motivo conduttore della pellicola in prima edizione cantata da Magali Noel, quel Rififi che da noi in Italia il cantante Fred Buscaglione con tempismo sospettorese famoso. Io ve lo dico, sono un dritto, A me nessuno fa dispetto, Lo sanno tutti che è così, perché mi garba il rififì. Musica di Philippe-Gèrard, parole italiane di Buscaglione-Chiosso. Rififi, era una parola in Argot? Secondo Andrea G. Pinketts il nome era quello del cane di Le Breton: ci dobbiamo credere??? Per i curiosi e i dubbiosi esiste il vocabolario Larousse Du français argotique et populaire. Va beh, son cose che forse se non tutti, molti conoscono. Comunque nella tavola corrispondente alla decima puntata della storia Jacovittesca, di inizio Marzo 1959, avviene una sorta di “cross-over”, in quanto entra in ballo anche il Commissario Maigret creato dal grande George Simenon: quindi in questo caso Jacovitti intreccia alla lettera due mondi che sono posti nello stesso ambiente socio /culturale, ma sono opera di invenzione e dovute a due mani diverse, tre se pensiamo al film già prima citato! Di fatto Jacovitti si riferisce al Maigret scritto ma non a quello della televisione italiana che inizierà la prima serie nel 1964!!Curioso che nessuno, a quanto mi risulta, abbia mai citato questo aspetto della storia qui in disamina. Comunque le mie impressioni io le ho scritte e riscritte per i pochi che cercandole sui saggi dedicati a Jac non le hanno trovate, anche perché benché pubblicate sono ora vaganti in uno spazio di collocazione anaomalo! Per questo in una precedente versione di questo articolo- poi lasciata nel limbo– pensando al genere noir francese. mi son sentito di inserire anche una parte, tutta farina del mio sacco, in quanto a storia narrata da Jacovitti nel clima “Noir francese”, dove da una parte tiro in ballo il Commissario Maigret di Simenon e da un altro verso ricordo lo storico incontro di Place d’Italie fra Leo Malet scrittore della narrativa “Noir” francese e della serie “I nuovi misteri di Parigi”, con protagonista il poliziotto privato Nestor Burma e Il disegnatore Jacques Tardi ai pennelli, che dei volumi di detta serie ne ha trasportati 4 in albi a fumetti editi da Casterman! Ma la progettualità un poco distratta dei fautori internet dell’Associazione Amici del Vittorioso”, portò anni fa alla chiusura del post su facebook con la sparizione degli articoli scritti dal sottoscritto, Nino Cadoni e Toto Buffatti , poi altre iniziative atte a ripartire in bellezza con l’intento di rinnovare il sito facebook. In effetti oggi come oggi tale sito funziona senza impicci, con risultati positivi: tutto è bene quello che finisce bene! La prolificazione francese della serie filmica di “Rififì “in origine scritta in forma di romanzi da August le Breton. è praticamente sconosciuta in Italia: nulla si sa sulla eventuale loro versione in forma di storie a fumetti che pue sono uscite in Francia sotto forma di strisce quotidiane! Visto che Jacovitti dopo il tribolato esordio del 1958 e 59 di tale “fumetto”, che fu pubblicato ad intervalli irregolari sul “Travaso” probabilmente causato sia degli impegni in altre sedi di Jacovitti, che delle inderogabili regole del direttore Gastaveglia ( detto Guasta, conosciuto per la sua fama di uomo “terribile”) e delle sue riunioni settimanali per “controllare” gli elaborati dei “suoi” disegnatori e fare scelte draconiane a proposito! Io penso che Jacovitti nel 1959, definito il contratto con la proprietà del “Giorno dei Ragazzi”, abbia troncato la collaborazione con “Il Travaso” e anche con “Il Corriere dello Spazio” lasciando incompleta la storia della sua esilarante e inesorabilmente critica “Storia dell’aviazione” ( antimilitarista, poco conosciuta anche dai critici nonostante la sua ristampa dovuta alla nostra Associazione “Amici del Vittorioso”), con un certo sollievo! Mi sogno tutto?? Dormo o son desto, sono rinchiuso nel reparto jacovittomani inrecuperabili del reparto “matti inrecuperabili” del manicomio di Berlino est in mano agli scherani del pazzoide criminale Putin????’??

  8. Non è da tutti trovare il filo di Arianna che permette di percorrere il labirinto
    jacovittesco rappresentato da quanto da lui prodotto dal 1939 ad un momento
    imprecisato degli anni 90. E di capire bene il senso di questa sterminata produzione.
    Credo, penso, che il lavoro di Bellacci, Boschi , Gori e Sani miri a questo.
    Secondo me il progetto – se è come io suppongo- è veramente ambizioso, nel senso
    non di una sfrenata brama di onori e casomai anche soldi, ma di un forte desiderio di
    raggiungere un obbiettivo importante. Sinceramente non saprei dire se poi questo in
    effetti è avvenuto: da che cosa nascono i miei dubbi?
    Dal fatto che- è ovvio, ma lo dico lo stesso- quanto scritto, specialmente dai magnifici
    tre toscani,( Bellacci lo tiro fuori,
    poiché la sua parte è tecnicamente
    ineccepibile) esprime spesso pareri e
    valutazioni storico critiche molto
    personali, a vote dissonanti con quello
    che di quelle stesse cose penso io; se la
    questione viene posta in tale maniera
    i contenuti del volume in questione
    sono automaticamente da considerarsi
    “discutibili”.
    Ovverosia cosa sulla quale si potrebbe
    discutere.
    Però una ipotesi del genere per
    concretizzarsi dovrebbe usufruire del
    dialogo fra le opposte ( in senso
    amichevole) parti.
    Ma non credo che Boschi, Gori e
    Sani, o anche uno solo dei tre, abbia
    motivazioni per farlo, con me o
    chiunque altro. Io ho scritto, ma non
    mi hanno risposto.
    Se si volessi fare una recensione
    approfondita del volume qui in questione – attualmente ancora stranamente latitante
    da molte librerie- non si potrebbe prescindere dal dialogo.
    Chiaramente una presentazione su “Vitt & Dintorni” nell’ambito della rubrica “Sullo
    scaffale dei libri” mi pare doveroso si debba fare “. Ma in quale modo??? Io a proposito
    in effetti qualche idea ce l’ho.
    Da buon piccolo megalomane ( mi si perdoni la contraddizione in termini ), ci
    tengo a ribadire attraverso quanto scrivo la mia individualità.
    Comunque, dovrei venire a più miti consigli e non partire lancia in resta criticando
    questo e quello?? Non so, mi sbaglio??
    Questo mi viene suggerito anche da Renato Ciavola, che dopo aver letto una bozza del
    mio articolo intitolato “Pasqualino Rififì & Dintorni”, mi ha amichevolmente tirato le
    orecchie . io l’ho poi un poco modificato .
    Però alla fine ho scritto quello che mi frullava per la testa e che trovate qui di seguito.
    Il lavoro è adatto per gli “Amici del Vitt”??
    Mah?’.
    Cordiali saluti.
    Tomaso
    Jacovitti, Autobiografia (mai scritta), a cura di Antonio Cadoni,
    Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri editore, Gennaio 2011,
    pag.157, €20
    Ho sotto gli occhi il bel volume di “Stampa Alternativa” curato da Antonio Cadoni,
    una Autobiografia assai particolare ricavata alla lettera dalle svariate interviste rilasciate
    dal Nostro nel corso dei decenni. Le interviste in questione sono state rimontate in
    modo il più possibile cronologico per dare l’impressione di una continuità progressiva
    nel tempo.
    Documentatissima dal punto di vista iconografico questa parte del lavoro del nostro
    Cadoni ci dà un’idea di quale portata ed importanza sia l’archivio personale
    dell’autore, certamente il più importante in assoluto.
    A pagina 77 una “Bibliografia essenziale” elenca in ordine di data ben 35 interviste
    apparse sui più disparati e a volte inaspettati “contenitori”: dalla prima risalente al 1959
    a quella postuma del 1998 ospitata sul n°559 de “Il Venerdì” del 27 Novembre di
    quell’anno.
    Da pagina 139 a157 fa bella mostra di sé la completissima ed illustratissima (due
    superlativi)“Cronologia Jacovittiana”: ne sono stati fatti dei passi in avanti da quando
    nel 1969 sul mensile ”Il sergente Kirk” del genovese Ivaldi apparve la prima cronologia
    jacovittesca redatta da Manfredo Gittardi!!
    Ma in verità Jacovitti non teneva molto conto di queste cose e spesso non rispondeva in
    modo coerente alle domande che gli venivano fatte.
    Inoltre molti intervistatori presumibilmente si prendevano delle licenze, non solo
    formali, quindi a volte c’è da dubitare che quanto poi è stato pubblicato sia in effetti
    corrispondente al vero
    Quelle sono esternazioni assai bislacche nell’ambito delle quali il Nostro prende fischi
    per fiaschi; non so se per un lapsus della memoria o per una sottile voglia di
    rimescolare le carte per scopi sui quali si potrebbe dissertare all’infinito.
    Di quali dichiarazioni si tratta? Se siete curiosi andate a pagina 29 del prima citato
    volume curato da Antonio Cadoni e le troverete.
    Tutti sappiamo che Jacovitti non sempre era puntuale e preciso nelle sue esternazioni
    di ricordi e memorie, confondendo non di rado date e nomi: a volte forse
    volutamente, per tenere sulle spine gli intervistatori, altre volte per dare di sé una
    immagine diversa, apparire come probabilmente in certe circostanze avrebbe voluto
    essere,
    Questo è un tratto comune a tutte la autobiografie, diari, memoriali e quant’altro scritto
    con l’intento di mandare ai posteri un messaggio personale, di tramandare una certa
    immagine di sé
    Non per niente ci sono storici specializzati nel valutare l’attendibilità delle prove
    documentali.
    Io non ho intenzione di esaminare al microscopio le interviste, anche perché – bisogna
    pur dirlo- a volte erano trascritte da semplici telefonate, fatte a voce in modo
    improvvisato; anche per quelle fatte per lettera o registrate in audio o in video non
    pensiate sia semplice risalire alle prove documentali originali.
    Qualcosa ho guardato, letto e visto e su tutto quanto ho sempre preferito lavorare a
    modo mio traendone spesso dei pastiches, cosa che ho intenzione di fare anche questa
    volta,
    Lo faccio per puro e semplice egoismo, ossia perché traggo soddisfazione nello
    scrivere come e quello che mi garba.
    Penso al grande Jac che per sua stessa ripetuta ammissione, leggeva molto: già, il
    nostro “Lisca di Pesce: ammirava lo scrittore Italo Calvino, il suo “Cavaliere
    inesistente”, la sua indimenticabile traduzione (1967) de “I fiori blu” di Raymond
    Queneau e la sua postfazione a detto romanzo che inizia con la seguente citazione:
    secondo un celebre apologo cinese, Chuang.tzé sogna d’essere una farfalla; ma chi dice
    che non sia la farfalla a sognare d’essere Chuang-tzé.
    E Jac andava anche spesso al cinema ( non solo films western), dove si addormentava
    sognando di vedere un film con protagonista lui stesso che faceva la parte di uno
    spettatore intento a guardare un bel film. Poi, svegliatosi, andava a casa dove, stanco
    morto, cadeva in un profondo sonno senza sogni: la storia a fumetti del 1941 (
    disegnata nel) “Pippo indaga” è nata proprio in tale modo.
    Quella del 1942 “Alì Babà”, la prima ad essere stata pubblicata a tutta pagina a colori
    su “Il Vittorioso” nel corso del 1942 invece Jac la fece ad occhi ben aperti avendo
    come “spalla l’esperto Enrico Basari come aiuto per la sceneggiatura ( intervista del 24
    Luglio 1987 a Forte dei Marmi”).
    In comune queste due storie hanno in comune il fatto che nate con le nuvolette
    dovettero essere poi sforbiciate per eliminare i baloons , invisi al MINICULPOP,
    sostituiti da didascalie.
    La storia “Peppino il Paladino”, disegnata nel 1942 ma pubblicata sul “Vitt” tre anni
    più tardi, la prima riproposta nel volume qui in oggetto ( che divide in decenni l’intero
    opus iacovittiano) con una resa assai discutibile della qualità grafica, è assai singolare
    perché appartiene al periodo nel quale per ordine sempre del Ministero della cultura
    popolare, dovette essere abbandonata persino la quadrettatura delle vignette; problema
    questo che il nostro “Lisca di pesce “risolse da par suo, tanto che alcuni di quei lavori a
    cavallo fra il 1942 e il 43 – prendo ad esempio “Caccia grossissima”( l’ultima puntata
    apparsa su “Il Vittorioso” n° 22 del 1946, in fondo a destra nell’ultimo quadretto
    mostra la sigla JB 43) che ne è l’esempio calzante, è a mio parere sotto tutti i punti di
    vista STRAORDINARIO!!
    Varrebbe veramente la pena di ristampare, senza far però pasticci, tutte le storie di quel
    periodo, trascurate dalle grandi case editrici per motivi che appaiono assai misteriosi.
    Per il decennio anni ’50 la storia riproposta è “Bobby Cianuro” tratta dal “Travaso”di
    quell’anno”; per gli anni sessanta la storia scelta è invece lo straordinario “Pasqualino
    Rififì”, disegnato in effetti fra la fine del 1958 e l’inizio del 1959, ma già proiettato
    Verso il divenire dello stile jacovittesco.
    Storia a fumetti ritornata alla ribalta dopo più di 50 anni di oblio, della quale ho
    parlato diffusamente in altro ambito ( Vitt&Dintorni” di Marzo 2011).
    L’autore definisce questa storia a fumetti “una satira di certa imperante letteratura
    giallonera d’oltralpe. Da dove prende le mosse Jacovitti per disegnare questa canizza
    parisienne?
    Dal romanzo di Auguste le Breton ( nome anagrafico Auguste Montfort) “Du Rififì
    ches les hommes” edito dalla francese Gallimard nella sua collana noir e risalente al
    1994 : l’anno seguente ne venne tratto un film, per la regia Jules Dassin – Rififì – che nel
    1995 vinse la palma d’oro al festival di Cannes.
    Il romanzo tradotto in Italia nel 1958 da Garzanti, letto ora denuncia la sua età, il
    film, per chi come me, l’ha visto cento volte, rimane un capolavoro.
    Probabilmente Jacovitti vide il film, canticchiò forse anche la canzone motivo
    conduttore della pellicola, quel “Rififi” che da noi in Italia il cantante Fred Buscaglione
    rese famoso.
    Io ve lo dico, sono un dritto,
    A me nessuno fa dispetto,
    Lo sanno tutti che è così,
    perché mi garba il rififì.
    Musica di Philippe-Gèrard, parole italiane di Buscaglione-Chiosso.
    Rififi, era una parola in Argot? Secondo Andrea G. Pinketts il nome era quello del
    cane di Le Breton: ci dobbiamo credere???
    Per i curiosi e i dubbiosi esiste il vocabolario Larousse Du français argotique et
    populaire. Va beh, son cose che forse se non tutti, molti conoscono.
    Comunque io le ho scritte e riscritte per i pochi che cercandole sui saggi dedicati a Jac
    non le hanno trovate.
    In pratica gli anni sessanta vengono elusi ( si sarebbe potuto includere una storia come
    “Pippo zumparapappà”, ancora inedita dopo la prima ed unica pubblicazione su “Il
    Vittorioso” del 1962, ma……).
    Arrivano gli anni settanta ed ecco il vero e proprio scoop: Sandocan, storia che capita a
    proposito poiché quest’anno corre il centenario della morte dello scrittore Emilio
    Salgari.
    Digressione figurata
    Alla fine mi sono deciso: ho impacchettato il mio lungo articolo recensione su “
    Autobiografia di Jacovitti, 60 anni di surrealismo a fumetti” e mi sto dirigendo verso
    l’ufficio postale per spedire il tutto alla Redazione de “Gli Amici del Vitt”.
    Ho sudato sette camicie, ho dovuto superare mille ostacoli ma alla fine ce l’ho fatta!
    Non mi rimane che percorrere i tre chilometri che mi separano dall’ufficio delle poste
    del quartiere “Nuova Atene”, dove l’amico direttore Padre Gorla mi attende per gli
    ultimi accordi, ormai nessun ostacolo può impedire la positiva conclusione di questo
    importante evento.
    Il fato questa volta mi è favorevole!
    Mi illudo: intravedo alto nel cielo il dirigibile a strisce rosse e blu del pirata Lu-Feng
    che si sta abbassando in modo pericoloso.
    Scorgo il volto diabolico dell’indistruttibile (
    teoricamente già defunto negli anni trenta
    nell’ambito della saga dei pirati della
    Malesia portata avanti da Luigi Motta)
    cinese che mi guata con piglio feroce; lui
    non sa che io conosco la sua identità occulta
    rivelatami dallo scrittore messicano Paco
    Taibo II°.
    Voi l’ignorate? Beh, incredibilmente trattasi
    del prof. Moriarty di sherlockiana memoria!
    Siete perplessi? Vi rimando alla lettura
    de”Ritornano le tigri della Malesia”, dovuto
    alla immaginifica penna di Paco Ignacio
    Taibo II°, edito or ora da Troppa Editore
    in Mediolanum, euro 19,90.
    Perché poi il malefico individuo da anni
    congiuri per impedirmi di far pubblicare su
    “Vitt& Dintorni” i miei scritti, lo ignoro.
    Ed ecco sbucare una torma di orripilanti
    straccioni che urlando e brandendo armi
    bianche di vario taglio e dimensione si
    gettano su di me.
    Sono perduto!!
    Riecheggiano in rapida successione svariati colpi
    di pistola e furibondi ringhi e latrati: Holmes è
    della partita affiancato dai suoi terribili cento
    mastini di Baskerville ( tutti discendenti dal
    famoso capostipite nativo delle brughiere del
    Devon).
    L’ orda dei miserabili aspiranti assassini vacilla,
    arretra, si ferma ed è presto messa in fuga
    lasciando sul terreno un migliaio di cadaveri
    crivellati da proiettili o sbranati senza
    misericordia.
    Imperturbabile Holmes mi guarda: Thomas, di
    nuovo nei pasticci, come al solito. Volge gli
    occhi al cielo e con un cenno al fedele
    Kammamuri dà l’ordine di fare partire la
    batteria di missili terra –aria.
    Alto nel cielo il dirigibile del truce Lu –Feng
    colpito e in preda alle fiamme si allontana verso
    oriente, in direzione del 13°, un arrondissement
    della capitale parigina, ricco di quartieri
    popolati da figli del celeste Impero. Un boato
    lontano, un bagliore improvviso : la fine della
    miserabile canaglia??
    Sandokan con gli occhi iniettati di sangue si spoglia completamente e nudo con il
    serpeggiante kriss stretto fra i denti si butta nelle turbinose acque della Senna; lo vedo
    nuotare velocemente verso la riva sinistra.
    Ha giurato di tagliare la testa a Moriarty alias Lu –Feng, di certo manterrà la sua
    promessa: la Tigre non perdona!!
    Io sospiro di sollievo: Sherlock, sempre presente al punto giusto, ma come fai??
    I cento mastini uggiolando mi sono attorno, li accarezzo uno per uno, li conosco
    benissimo per essere stato il loro padrino tanti anni fa .
    Volete che vi racconti come ebbi modo e maniera di salvarli dalle grinfie di Moriarty
    che li voleva spellare vivi e con le loro pelli opportunamente conciate rivestire i suoi
    divani Frau??
    Noo, ma, ma, me la caverei con poco, al massimo una decina di paginette scritte…..
    “Dai Thomas”, mi bisbiglia Holmes, vieni con me, ho prenotato un intero treno- the
    tunnel train- che fra un’ora partirà per l’Inghilterra e in men che si dica arriverà a
    destinazione: laggiù, in quel di Battle on the hill ti aspetta Lady Gaga che ti vuole
    consegnare di persona un rarissimo romanzo di Luigi Motta edito da Odham Press,
    London, Agosto 1939, intitolato The red planet.
    Sobbalzo dalla sorpresa: alla fine Lady Gaga ce l’ha fatta, alla faccia di Claudio Gallo
    che non ha mai voluto credere all’esistenza di questo volume.
    Claudio Gallo, l’occulto manovratore della sezione storica della biblioteca civica di
    Verona, in combutta con Gallinoni e Gallinari ( quest’ultimo ora residente a Firenze
    per oscuri motivi) hanno cestinato il mio annoso lavoro sulle storie a fumetti scritte da
    Luigi Motta dal 1936 al 1955, alcune apparse poi postume.
    Va beh, che ci volete fare, questa è la vita!!
    Ritorno all’ordine (quasi).
    Il decennio degli anni ottanta vede il Nostro alle prese con seri problemi di salute. Nel
    1982 si ammala gavemente la moglie e Jacovitti risente in tal modo della pesante
    situazione da avere un crollo nervoso tale da ridurlo balbuziente: dovrà sottoporsi per
    alcuni anni a cure appropriate, ma ancora nel 1987 leggermente balbetta.
    Il suo disegno ovviamente ne risente, complice anche un forte calo della vista e il
    diabete che lo debilita e che lo costringe ad una alimentazione controllata.
    La storia Cocco Beach, 1986, rivela con un disegno sofferente questa situazione di
    forte disagio.
    Ed eccoci arrivati al dolente periodo degli anni novanta, con Jacovitti in precaria
    salute, tanto da dover ricorrere ad aiutanti vari: ahimè, che cosa ti combina l’editrice
    “Stampa Alternativa”??
    Va a pescare nelle acque poco chiare rappresentate dalla collaborazione di Jacovitti con l’agenzia “Il Soldatino” del compianto Vezio Melegari”.
    Tutti i lavori firmati Jacovitti ed apparsi sul trimestrale della “Banca Popolare
    dell’Emilia Romagna” sono del falsi autorizzati dall’autore! Disegnati in realtà da
    Ferrara prima e Triscari poi. Il loro nome appare in ultima pagina in fondo a destra di
    ogni lavoro.
    Tutti sanno come sono andate le cose, quindi perché non parlarne?? .
    Così anche il “Collodjacmelevittirime”, risalente all’autunno del 1990, proposto dal
    volume del quale si sta parlando è nient’altro un “Jacovitti per procura”.
    Non ci credete? Io posseggo l’intervista video girata a Forte dei Marmi il 20 Agosto
    1993!! Il video di Bellacci, Pierre , Gori e Sani che armati di videocamera
    immortalarono Jacovitti in bicicletta.
    In questo ambito Jacovitti confessa ingenuamente ogni cosa.
    Va beh, pazienza , si deve pur campare.
    Ma per evitare di portare avanti ipotesi campate in aria e dichiarazioni che mi
    potrebbero portare in galera, mi sono deciso ad incontrare Jacovitti per conoscere alla
    fonte come sono andate in realtà le cose..
    L’occasione si presenterà di nuovo oggi, qui a Parigi dove Jac invitato dal disegnatore
    Georges Wolinsky sta esponendo numerose sue tavole originali nell’ambito di una
    mostra ospitata in un teatro della riva sinistra, in pieno quartiere latino,
    Soppeso il volume in questione e devo convenire che vale molto di più dei 20 euro che
    costa, non fosse altro per la ristampa delle storie a bellissimi colori “Bobby Cianuro” e
    “Pasqualino Rififi” tratte dal “Travaso del 1957/59 e fino ad ora mai ristampate.
    Poi la “chicca”; il Sandocan ritrovato, tre tavole di una storia probabilmente mai
    continuata della quale apparve solo una sintesi di una pagina pubblicata su “Il Corriere
    dei Piccoli”in data 4 Agosto 1977. L’anno prima il Nostro aveva disegnato il famoso
    “Salgarone”, apparso quasi postumo alla fine del 1997 a cura del romano Edgardo
    Colabelli, opera questa che sta fra il fumetto e l’illustrazione e che presumibilmente
    ebbe come coda l’incompiuto Sandocan. Una vera novità,
    Ed altre novità ce ne sono proprio oggi in arrivo mentre
    scocca or ora mezzodì ed io mi trovo sull’autobus della linea numero 84 diretto al
    mercatino di rue Levis dove alla Brasserie della piazzetta omonima Jacovitti mi aspetta
    per rilasciarmi la sospirata intervista.
    Inizia a piovere, un temporale improvviso con vento e polvere nell’aria
    L’acqua scorre sulla strada in discesa, specialmente ai lati, tanto che trabocca in parte
    sul marciapiede.
    Mi rifugio nel primo Bistrot che trovo.
    Seduti ad un tavolo chi vedo?? Ciavola, Gallinoni e Pazzi con davanti scodelle fumanti
    di zuppa di cipolle e un magnum Veuve Clicquot,
    Ecco mi hanno visto !! Agitano le mani: ehi Tomaso, vieni qui, c’è posto, camerieregridano ad alta voce- un altro coperto.
    Arriva Vito Mastrorocco in persona con una zuppiera di trippa fumante e un
    bottiglione coperto di goccioline semigelate che appoggia orgogliosamente sul tavolo:
    ecco qui per te caro vecchio amico del Vitt, questo è un Primat, contiene ben 27 litri di
    champagne, nel caso tu non lo sapessi!!
    “Ma, ma”, balbetto,”non saprei, mi sembra esagerato”.
    Sogghigna felice Vito: la bottiglia più grande fa lo champagne più buono! Io, da parte di
    nonna materna, sono un Drapier (antica stirpe di viticultori) e nei miei vigneti
    dell’Aube, dalle parti di Troyes, pratico ancora la presa di spuma, il remuatage e la
    sboccatura.
    Io mi schernisco: ma, champagne così a quest’ora, non sono avvezzo, non vorrei che
    mi potesse dare alla testa.
    Ciavola sorride: allora dovrai mangiare anche qualcosa, che so, la trippa alla normanna,
    è la specialità della casa.
    Gallinoni assente e scorgendo il volume che ho appoggiato sul tavolo dice: ah, è il
    volume di Stampa Alternativa curato dal nostro Cadoni, tu che ne pensi Pazzi?
    L’interpellato che sta scolando una coppa di nettare ben gelato prende tempo e dopo
    aver schioccato la lingua mugugna qualcosa di inintelligibile. Capisco solo Peppino il
    Paladino e “sito internet” .
    Il dolente problema del sito internet degli “Amici del Vittorioso”….. Per quanto invece
    riguarda la storia di Peppino il Paladino c’è in effetti ogni ragione per mugugnare visto
    in quale modo è stata ristampata, tanto da suscitare più di una reazione, una fra tutte
    quella della stessa figlia del grande Lisca di Pesce ,che detiene il copyright dell’opera
    omnia del celebre padre.
    Facendo una recensione non è obbligatorio incensare a tutti i costi e se c’è qualcosa
    che non quadra non bisogna avere peli sulla lingua.
    Quindi, cara Stampa Alternativa, per la qualità della riproduzione della storia qui in
    questione, bollino rosso!
    Mi siedo sospirando : amici miei, okay, però non posso restare tanto, c’è Jacovitti che
    mi aspetta, avrei dovuto incontrarlo proprio da queste parti, ma pare che sia di nuovo
    in rue Suger, io ci sono già stato ieri, quindi non so se tornarci o meno.
    “Ma ieri che cosa è successo, che ti ha detto Jac??”Risuonano all’unisono le tre voci.
    “MMMH, dico inghiottendo cucchiaiate di trippa, avete tempo da perdere? Si, bene,
    ora ve lo racconto per filo e per segno :
    Ah, che bello scarabocchiare, recito con enfasi ad alta voce!
    Come? Perché lo faccio? Perché mi diverto.
    “Ma un disegno più preciso e pulito?” la voce echeggia disturbante.
    Jacovitti mi scruta corrrrrrrucciato.
    “Maestro” sussurro, “c’è qualche erre di troppo”
    Ride Lisca di pesce: sta giocando a briscola con Georges Wolinsky e in questo preciso
    momento sta estraendo dalla manica il suo sesto asso. Wolinsky per non vedere si è
    tolto gli occhiali e volgendosi verso di me ammicca: dai Tomaso, fai presto, hai finito
    con quello straccio, il pavimento è pulito?
    Ecco come sono finito: dovevo”sgommare” qualche tavola dei due concentrati
    giocatori invece – quei bellimbusti- hanno deciso altrimenti!! Se non fosse che Dubout
    ha promesso di lasciarmi squadrare le sue tavole e forse pure di farmi colorare gli
    sfondi delle sue illustrazioni del romanzo di Marcel Pagnol,”La gloir de mon père”
    edito da Pastorelli, non sarei qui in rue Suger .
    Colorare….insomma, usare solo il giallo ( l’azzurro? No, troppe possibili variabili di
    tono).
    Apro la finestra del minuscolo appartamento e mi sporgo per vedere meglio la folla
    che sotto di me gremisce la piazza di St.André des Arts. Sono tutti fans di Jacovitti che
    attendono la quotidiana gratuita distribuzione delle tavole originali del Maestro: davanti
    a tutti un imberbe Luca Raffaelli, non vedo Andrea Sani, strano molto strano
    Probabilmente il futuro arguto filosofo fiorentino sarà ancora al Bistrot a consumare la
    solita pentolaccia di ribollita in compagnia del prof . Michel Pierre.
    “Maestro”dico con tono reverente rivolgendomi a Jacovitti,” ma che accadde in realtà
    alla fine del lontano 1959?
    “Tomaso” sospira Jac,”qui si tratta di parlar di soldi, lo sai, non si campa di sola aria!
    Alla fine del 1959 la direzione del “Giorno” mi propose un contratto in esclusiva con
    uno stipendio fisso di 700.000
    ( settecentomila ) lire più un tanto ogni tavola, però
    non avrei più dovuto collaborare con nessun altro.
    Così dovetti lasciare perdere le tavole per “Il Piccolo Missionario”, la collaborazione
    con “Il Travaso”e quella con “Il Corriere dello Spazio”.
    Qualche mese prima c’era stato un poco di attrito con Maner Lualdi per la “Storia
    dell’aviazione”, scritta da lui stesso e illustrata non ricordo più da chi, che era già partita
    da alcuni mesi in vista della prossima fine del “Vola Hop”.
    Una cosa che non mi aveva garbato punto, tanto che saltai un mese nella consegna di
    una tavola.
    Poi Lualdi era partito per uno dei suoi viaggi di esplorazione in aereo e non ebbi più
    modo di contattarlo; ne parlarono tutti i giornali di quel viaggio che era stato
    sponsorizzato dalla Fiat:
    L’aereo utilizzato era per l’appunto un Fiat monorotore G.49: mi pare che si trattasse
    di attraversare l’Atlantico e poi l’America da est ad ovest e poi giù fino al Perù e la
    Terra del fuoco per un totale di 60.000 chilometri.
    Quando poi tornò in Italia, un paio di mesi dopo, io ormai lavoravo a tutto ritmo per il
    “Giorno dei ragazzi” e per altri supplementi del quotidiano milanese che allora era
    diretto- mi pare- da un tal Baldacci.
    Quindi al “Vola Hop” non ci pensò più nessuno”
    Io osservo attentamente Jacovitti; ma allora la fantomatica nona puntata di questa storia
    non fu mai disegnata??
    “Mi pare proprio di no”
    Io sono allibito.”Ma l’anno scorso tu mi dicesti che fra te e Maner Lualdi erano nate
    divergenze di tipo politico, perché avevi sbertucciato gli aviatori dell’Ala Fascista, quelli
    che nel 1935/36 in Etiopia avevano sganciato bombe all’iprite( un gas vescicante) e
    mitragliato la popolazione in fuga dopo la battaglia del lago Ascianti! Ci furono migliaia
    di civili uccisi, donne , vecchi e bambini, un massacro vergognoso, una notizia che il
    fascismo fece di tutto perché non divenisse di dominio pubblico e che di fatto rimase
    sommersa fino agli anni sessanta, quando il giornalista Angelo del Boca ( poi docente
    di storia contemporanea all’Università di Torino) iniziò a pubblicare reportages
    sull’argomento e tirò fuori tutta la verità nei servizi giornalistici e in ben due libri (
    Feltrinelli editore) che fecero scandalo”
    Jacovitti si toglie gli occhiali e si gratta la testa: Lualdi non aveva gradito il fatto che
    avessi disegnato le azioni belliche dell’aviazione durante la prima guerra mondiale
    denunciando che questo uso dell’arma aerea contraddiceva lo spirito che animava i
    pionieri del volo, che era improntato a ben altri ideali .Poi consultando delle riviste
    inglesi sull’aviazione scoprii la loro versione sul comportamento dell’Ala Fascista nella
    guerra d’Etiopia e ne rimasi molto turbato.
    Io nel 1936 avevo tredici anni e avevo realmente creduto che quella guerra fosse stata
    fatta per portare la civiltà in un paese considerato selvaggio, ma non potevo sapere che
    in realtà si era trattato di una ingiustificabile aggressione ad un paese sovrano composto
    da una popolazione in maggioranza cristiana, riunita in tribù ed armata
    prevalentemente di lance e pochi fucili.
    Io avrei voluto continuare il “Vola Hop per denunciare tutto questo, ma il contratto
    con il “Giorno …..”
    “Mah, allora”, faccio io,”la causa dell’incompiutezza del “Vola Hop” è in pratica da
    addebitarsi solo a questo contratto ??”
    “Si, in pratica accadde proprio questo.” Jac sospira e si rimette gli occhiali, ”Mia moglie
    fu molto felice che io avessi avuto quello stipendio fisso, una sicurezza per tutta la
    famiglia”.
    Ma e “Il Vittorioso”?? Con l’AVE hai pure continuato a collaborare: storie a fumetti, il
    Diario Vitt , le copertine per il Vittorioso Poi i cartoni animati per la Televisione,
    Pecor Bill per l’industria Lanerossi di Vicenza: come mai??
    “Ahh, si, si, per “Il Vittorioso”fecero una eccezione, potevo fare una sola storia a
    fumetti all’anno, così come per alcune storielle che avevo preparato per un giornaletto
    che si chiamava “Allegria. Pecor Bill in realtà l’avevo disegnato tempo prima e il
    contratto con Lanerossi era già stato stipulato da oltre un anno”.
    Sono perplesso, la cosa non mi convince del tutto, Però è pur vero che dal 1960 su “Il
    Vittorioso” iniziarono ad essere ristampate vecchie storie a fumetti del Nostro e che
    apparve a puntate solo un nuovo lavoro, “Pippo e il Cirilimpacco”.
    Il quale, è pur vero, a volte si confonde con date e nomi, ma su questo fatto specifico
    mi sembra sincero e privo di dubbi
    “Il 1960”, riprende Jac,” fu un anno strano, avevo acquistato con i primi stipendi una
    automobile nuova-la prima era stata una”topolino”usata con la quale al sabato e alla
    domenica andavamo al mare; poi nel 1964 comperai anche la casa a Forte dei Marmi
    consigliato da mio cognato architetto. Comunque il 1960 me lo ricordo bene, l’anno
    delle olimpiadi a Roma , del film di Fellini “La dolce vita”, poi mi ricordo di un altro
    film stranissimo, francese , con una bambina che a Parigi scappava di casa….”
    “Zazie nel metrò” faccio io, “un film del regista Louis Malle tratto dall’omonimo
    romanzo di Raymond Queneau”.
    Jacovitti mi guarda sorpreso.”Si, si, mi pare proprio quello, c’era pure Philippe Noiret
    giovanissimo e anche Vittorio Caprioli in una parte un poco strana, anzi se ben ricordo
    interpretava più personaggi contemporaneamente ma tutto il film era piuttosto
    bislacco; io poi lessi anche il libro- a quel tempo ci vedevo ancora bene e leggevo
    moltissimo, un poco di tutto e alla fine finivo per conoscere di tante cose un po’, non
    come Umberto Eco che è un tuttologo. ”.
    “Ehm, ehm” intervengo io per evitare che Jac inizi a parlare a ruota libera uscendo dal
    seminato,” si, Raymond Queneau, l’autore di Zazie nel metrò era a quel tempo uno
    scrittore elitario e con quel romanzo nel 1959 riscosse un successo incredibile( mai
    ripetutosi), ma il film di Malle fu un fiasco colossale, a parte il primo mese di
    proiezione nelle sale parigine)e , tanto che dopo uscì dal circuito e scomparve
    nell’oblio. Ora, dopo decenni, è uscita sul mercato una copia ottimamente restaurata
    alla quale sono stati ridati i vivaci toni del tecnicolor.
    Il film rivisto oggi a distanza di più lustri che fa pensare”
    Jacovitti mi guarda interessato: una versione restaurata?? Ma come l’hai avuta??
    “Beh, me l’ha procurata mio cognato che è un accanito cinefilo, pensa, ha una
    filmoteca che contiene più di quattromila pezzi!!”
    Cade il silenzio sugli astanti, tutti restiamo per un po’ cogitabondi.
    Caprioli?? penso io, ah si l’attore, da non confondersi con il quasi omonimo Franco.
    Jacovitti intuisce al volo: Fulvia Caprioli ti ha strigliato per le domande che ti sei ed hai
    posto a proposito del disegnatore in questione??
    “Ma” bisbiglio,” sai per quella faccenda dello stile del disegno che nel 1958 passò
    inopinatamente dal puntinato al tratteggio…”
    Jac si fa serio: e beh, l’AVE esportava da decenni le nostre tavole di fumetti all’estero
    senza pagarci una lira e perdipiù quando dalla Francia arrivò la richiesta di tavole dal
    disegno meno elaborato e senza le sottigliezze che il grande Caprioli metteva in opera
    con infinita pazienza, qualcuno della direzione e/o dell’amministrazione ebbe la
    sfrontatezza di intimare a Caprioli di usare solo il tratteggio; poveretto, doveva pur
    campare e dovette sottostare a quella richiesta”.
    Wolinsky che ha ascoltato tutto in silenzio prende la parola: che ingiustizia, vittima
    della miopia culturale di qualche testa di legno. Mah, erano tempi grami.
    Sospira il disegnatore francese( direttore anche del mensile “Charlie”)e con tono
    accorato prosegue: invece con questo romanzo di Zazie , demistificante, beffardo e
    surreale, Queneau ebbe proprio in quegli stessi anni un grandissimo successo: il solo
    best seller di tutta la sua vita di scrittore .
    Le stesse cose che ho appena detto io, penso.
    “Il romanzo in questione ha avuto di recente una edizione illustratissima, hai
    presente??”
    “No”faccio io,” mi pare che –come al solito- in Italia non sia mai arrivata. Ne avevo
    sentito parlare da Jean-Paul Rappaneau”, il dialogista del film in questione, nell’ambito
    di un breve video allegato alla nuova versione del film stesso”.
    Guardo Jacovitti che sta maneggiando il mazzo di carte: una domanda mi prude sulle
    labbra.
    “Ma come mai poi passasti nel 1968 alla Rizzoli, se al “Giorno” ti pagavano così
    bene?”
    “Ahh” fa Jacovitti,” nel 1968 il “Giorno” era in crisi, problemi non solo economici,così
    accettai lo stipendio della concorrenza e iniziai le storie per “Il Corriere dei Piccoli” e
    le tavole per la “Domenica del Corriere”.
    Lascio Jacovitti pensoso e Wolinsky che mi guarda con espressione indecifrabile.
    Decido di andarmene .
    Georges e Lisca di pesce hanno ripreso a giocare a carte e non si accorgono nemmeno
    che me ne vado.
    Sospiro, ho finito di raccontare.
    Renato Ciavola non ha resistito e dorme beatamente con un vago sorriso sulle labbra.
    Gallinoni è uscito per un imprescindibile impegno ( un rendez-vous con una vecchia
    fiamma?) , Pazzi e giù nelle cantine con Vito per assaggiare la famosa annata 1981 di
    un “secco”dell’Alvernia”.
    Ho deciso di non ritornare in rue Suger e attacco il terzo piatto di trippa annaffiato dal
    Veuve Clicquot generosamente offerto (spero) dagli Amici del Vitt..
    A voi cari lettori l’ingrato ma stimolante (me lo auguro) compito di separare il grano
    dal loglio.
    Postfazione
    Con Zazie nel metrò
    Il freddo vento di tramontana non mi dà tregua.
    Il metrò, non resta altro da fare che immergersi di nuovo
    nelle viscere della terra: il mostro, ormai tutto
    automatizzato, corre velocemente nel sottosuolo e ormai
    dovrei essere quasi arrivato.
    Mah, non mi raccapezzo più, ma dove mi trovo?
    Guardo il grafico che schematicamente mi presenta il
    percorso di andata e ritorno di questo treno: perbacco,
    mi dice che inopinatamente sono sulla linea 12 e non
    sulla 6 come credevo!
    Dunque, facciamo mente locale: scenderò fra due
    fermate a “Pasteur”, poi vedrò il da farsi.
    Una ragazzina seduta di fronte a me mi guarda
    sorridendo, ha in mano un paio di albi a fumetti di grande formato .
    Riesco a sbirciare: accipicchia uno è l’edizione francese di “Pippo nel castello di
    Rococò”, l’altro l’introvabile “Cucu” a colori del 1943.
    “Sei Prospero?” mi chiede la bimba con voce speranzosa: la osservo bene, avrà più o
    meno dieci/dodici anni, occhi e capelli scuri con la frangetta, maglione rosso e blue
    jeans, ai suoi piedi sta accoccolato un bel gattone tutto nero con una
    macchia bianca sotto il collo.
    “No, mi spiace non sono Prospero, bensì Tomaso Prospero, una sottigliezza semantica della quale tenere conto! ma tu che fai, viaggi sola sulla metropolitana, di chiè quel bel micio”
    Sospira rassegnata la ragazzina: eppure mi sembrava….io mi chiamo Zazie e vivo nel
    Metrò e il gatto si chiama Gris-gris ed è di Chloe, una mia seconda cugina: l’ho trovato
    in casa nascosto dietro il frigo, mentre quella mezza scema lo sta cercando per tutto il
    quartiere della Bastiglia.
    “ Ma che stai dicendo, stai mescolando il grano con il loglio! Zazie nel metrò è un
    romanzo di Raymond Queneau scritto nel 1959, un grottesco/surreale che sarebbe
    piaciuto – e forse piacque – al grande Jacovitti, un disegnatore che non penso tu possa
    conoscere .
    Se ne fece anche un film, 50 anni fa, un divertissement del regista Louis Malle con
    interprete principale una bimba di nome Chaterine Demongeot”.
    “ Chaterine la vacca! (mon cul! nella versione originale francese) non sono io quella”,
    esclama corrucciata la presunta Zazie.
    Mi guarda seriamente e dice: ti piacerebbe avere anche tu 12 anni , non invecchiare
    mai e passare tutto il tempo nel metrò’?”
    Io sto allo scherzo: già, ma che vita sarebbe sempre chiusi qui sotto notte e giorno,
    mese dopo mese. Una cosa da incubo.
    “No, no,” fa Zazie, “il metrò esce anche all’aperto, corre in alto e si può vedere tutta la
    città, ci si può fermare in superficie e girare all’interno delle stazioni; ci sono ristoranti,
    negozi , librerie, bagni pubblici e persino sale cinematografiche, non è poi così male.
    Io ieri, a proposito di film, ho visto”Ognuno cerca il suo gatto”, molto carino, con
    quella rimbambita di mia cugina Chloé, che fa la parte dell’oca giuliva!
    Devo anche incontrare mio zio Gabriel, un vero arcangelo,
    che di mestiere fa la ballerina gitana, poi insieme dovremo
    andare dal un altro zio che ha una bella casa su dalle parti di
    Porte des Lilas; non so se lo conosci, si chiama Cédric
    Klapisch, di professione regista, lavora nel cinema! Hai capito?”
    Io sono preoccupato per il discorso un poco sboccato e
    sconclusionato della bambina. ”Ma come ti chiami
    veramente, su dimmi la verità”.
    “Sono Zazie e questa è la prima volta che viaggio con il
    metrò”.
    Io penso che l’unica cosa sensata da fare sia cercare un
    controllore, qualcuno che lavori qui sotto , oppure un
    poliziotto e consegnarli la bambina che – secondo me- si è
    smarrita.
    Accidenti , mi sono distratto e ho saltato la fermata “Pasteur”, che fare adesso?
    Zazie mi guarda e comprende: ti sei sperduto, hai sbagliato treno, dove devi andare??
    Sai, c’è anche un altro mio zio, Noiret, che lavora di notte nei cabarets, potremmo
    andare da lui che vive a Montmartre, dalle parti del Mercato delle pulci, lui conosce
    bene Parigi!”
    Penso che la faccenda si stia ingarbugliando.
    “Guarda Zazie, scendiamo alla prossima fermata e poi chiederemo aiuto a qualche
    addetto ai lavori”. Il treno si arresta e io scendo velocemente: accipicchia sono a
    Jussieu, sulla linea 7!
    Mi guardo intorno, Zazie non c’è. È rimasta sul metrò che ormai è scomparso nella
    galleria. Che faccio?
    Non mi resta che salire in superficie
    La ragazzina mi ha lasciato una grossa busta nella quale, io presumo, siano contenuti
    gli albi da me precedentemente intravisti.
    ”La devi consegnare a Jacovitti- che io conosco benissimo- che è vivo e vegeto”, mi ha
    detto con un sorriso innocente, “io posso mandarti in qualsiasi luogo e in qualsiasi
    tempo”, ha aggiunto seriamente.
    Una situazione metafisica, surreale, un sogno ad occhi aperti, una questione di farfalle
    e di filosofi ( o viceversa)??
    Tomaso Prospero Turchi
    Si, è nel giusto Santinuzzo, il pezzo proibito era intitolato “Ali Baba”, confusione mnemonica ha voluto si sia trasformato in Baba Yaga! Eeeeh, l’età….
    Credo che se Leonardo è in “ascolto”, possa riportare alla luce il post nel quale si scrisse ( lui scrisse) di Topor ecc.Comunque…
    Il francese Roland Topor lo incontrai a Modena 50 (?) anni or sono, in occasione di una mostra a lui dedicata nelle sale del palazzo comunale.
    La cosa che mi stupì era la fretta che Topor aveva: disegnava su grandi fogli di carta in modo forsennato le sue tipiche figure e composizioni in bilico fra il surreale e l’horror splatter, ripetendo cose che io ricordavo di aver già visto in una serie di libri e cataloghi a lui derdicati.
    Era in ritardo per l’inaugurazione della mostra, aveva fretta.
    Rimasi veramente allibito, poiché pensavo, avevo sempre pensato, a lui come ad un artista nel vero senso della parola, senza il demone del denaro a tirargli la giacca.
    Ero un povero illuso.
    Mah?
    Rispondi Si, è nel giusto Santinuzzo, il pezzo proibito era intitolato “Ali Babà”, voluta confusione mnemonica ha voluto si sia trasformato in Baba Yaga! Eeeeh, l’età…. Ma essendo sorvegliato a vista dall òvra guidata da Vito Mastrococco per quanto riguarda “Gli Amici del Vittorioso”, devo volutamente esprimermi in modo confuso per mettere in difficoltà chi mi sta registrando!! Anche l’Affare Alice e sua riscrittura apocrifa, è di fatto un messaggio in codice!! Il sospettato Claudio ne è stato parte, dell’Ovra fin dall’età di sei anni!!!
    Credo che se Luca se comunque nonostante la triste dipartita, è in “ascolto”, possa riportare alla luce il post nel quale si scrisse ( lui scrisse) di Topor perseguitato dagli sgherri nazi/fascisti, sgherrial sevizio dell’OVRA!! ecc.Comunque…
    Il francese Roland Topor lo incontrai a Modena 50 (?) anni or sono, in occasione di una mostra a lui dedicata nelle sale del palazzo comunale.
    La cosa che mi stupì era la fretta che Topor aveva: disegnava su grandi fogli di carta in modo forsennato le sue tipiche figure e composizioni in bilico fra il surreale e l’horror splatter, ripetendo cose che io ricordavo di aver già visto in una serie di libri e cataloghi a lui derdicati.
    Era in ritardo per l’inaugurazione della mostra, aveva fretta?? Penso proprio di si!!
    Rimasi veramente allibito, poiché pensavo, avevo sempre pensato, a lui come ad un artista nel vero senso della parola, senza il demone del denaro a tirargli la giacca, attraverso la fretta.
    Ero un povero bellinbusto illuso!
    Mah? Ma la colpa in verità era di Pinocchio!!
    “Les aventures de Pinocchio” con le illustrazioni di Topor, è stato riedito in Francia nel 2008 da AUTREMENT : prezzo circa 22 euro ( via AMAZON è disponibile). Ehh, quelle illustrazioni furono la causa dei miei pensieri demoniaci!!
    Di Topor parlò anche Catoonist globale un paio di anni fa, tirando in ballo la sua partecipazione ( di Topor, ovvio mio caro Watson, Luca allora frequentava le elementari, credo) nell’ambito dello speciale “Baba Yaga”- se non ricordo male – del 1968 (credo) , pubblicazione omaggio che io non possiedo nonostante in quegli anni lontani io la avessi avuta come oggetto proibito delle mie brame. Bella comunque la copertina disegnata da Topor.
    Qualcuno si potrebbe chiedere: ma Topor e Craveri hanno avuto qualcosa in comune?? Eh , certamente: di essere vissuti.
    Comunque tutto continuò sul sito di Mario Carlini dedicato a Sebastiano Craveri, opera di informazione visiva: anno di grazia 1927, due libri illustrati dal Nostro con stile fortemente tratteggiato.
    Era di moda allora imitare gli effetti dell’incisione di buona memoria , quando ancora la stampa fotolitografica era da venire. Altri tempi, anche se poi decenni dopo (a partire dagli anni cinquanta) illustratori come Topor ebbero a riprendere la tecnica dell’incisione vera e propria.
    Ma anche contemporaneamente di imitarla con un tratteggio fatto a misura.
    Roland Topor, un artista, scomparso non vecchissimo, illustratore anche di un memorabile “Pinocchio”, volume pubblicato per conto della “Olivetti”, al giorno d’oggi introvabile. Pazienza. Ma poi ristampata da un’altra editrice!
    Ahh, ma chi lo sapeva? Beh, si, l’avevo pensato…. Cioè volevo dirlo subito, ma la memoria….
    Ma poichè la mia mente ogni tanto vacilla ( mia moglie dice: sempre, fin dal 3 Marzo 1961, quando ebbi la ventura di incontrarti sull’autobus che dal centro di Bologna portava all’Arcoveggio! A quel tempo lavoravo a Bologna, come sgommatore di tavole disegnate in un ufficio di architettura sito nella centralissima via Farini ! mi era venuta la paranoica idea di un intervento di una ipotetica rediviva OVRA su dei poveri disegnatori schiavizzati per farne cavie sperimentali come agenti segreti senza alcin stipendio!! Il mio datore di alllora, ne sarebbe stato il capo!! Ma Poi in settembre il Provviditorato agli Studi mi comunicè che aveno vinto il posto di insegnamento di “Disegno” a Piacenza, terra di disegnatori come Vermi e Misteri ultraumani!!tomaso prospero | 19 Agosto 2012 alle 9:06
    Si, è nel giusto Santino il pezzo proibito era intitolato “Ali Baba” io ho fatto confusione mnemonica con Baba Yaga! Eeeeh, l’età….
    Credo che se Luca è in “ascolto”, possa riportare alla luce il post nel quale si scrisse ( lui scrisse) di Topor ecc.
    Il francese Roland Topor lo incontrai a Modena trenta(?) anni or sono, in occasione di una mostra a lui dedicata nelle sale del palazzo comunale.
    La cosa che mi stupì era la fretta che Topor aveva: disegnava su grandi fogli di carta in modo forsennato le sue tipiche figure e composizioni in bilico fra il surreale e l’horror splatter, ripetendo cose che io ricordavo di aver già visto in una serie di libri e cataloghi a lui derdicati.
    Era in ritardo per l’inaugurazione della mostra, aveva fretta.
    Rimasi veramente allibito, poiché pensavo, avevo sempre pensato, a lui come ad un artista nel vero senso della parola, senza il demone del denaro a tirargli la giacca.
    Ero un povero illuso.
    Mah? Ma ripetere ne vale sempre la ena, la mente si snebbia, il discorso prende le ali ai piedi!!
    Dovete riporate alla luce quel post su Topor e su quel “proibito” Ali Baba!
    Vi prego!!!

    “Les aventures de Pinocchio” con le illustrazioni di Topor, è stato riedito in Francia nel 2008 da AUTREMENT : prezzo circa 22 euro ( via AMAZON è disponibile).
    Di Topor parlò anche Catoonist globale un paio di anni fa, tirando in ballo la sua partecipazione ( di Topor, ovvio mio caro Watson, Luca allora frequentava le elementari, credo)) nell’ambito dello speciale “Baba Yaga”- se non ricordo male – del 1968 (credo) , pubblicazione omaggio che io non possiedo nonostante in quegli anni lontani io la avessi avuta come oggetto proibito delle mie brame. Bella comunque la copertina disegnata da Topor.
    Qualcuno si potrebbe chiedere: ma Topor e Craveri hanno avuto qualcosa in comune?? Eh , certamente: di essere vissuti.
    Ola.
    Rispondi
    1. tomaso prospero | 17 Agosto 2022 alle 8:40
    Continua sul sito di Mario Carlini dedicato a Sebastiano Craveri l’opera di informazione visiva: anno di grazia 1927, due libri illustrati dal Nostro con stile fortemente tratteggiato.
    Era di moda allora imitare gli effetti dell’incisione di buona memoria , quando ancora la stampa fotolitografica era da venire. Altri tempi, anche se poi decenni dopo (a partire dagli anni cinquanta) illustratori come Topor ebbero a riprendere la tecnica dell’incisione vera e propria.
    Ma anche contemporaneamente di imitarla con un tratteggio fatto a misura.
    Roland Topor, un artista, scomparso non vecchissimo, illustratore anche di un memorabile “Pinocchio”, volume pubblicato per conto della “Olivetti”, al giorno d’oggi introvabile. Pazienza.

    1.
    Beh, si, l’avevo pensato….
    Ma poichè la mia mente ogni tanto vacilla ( mia moglie dice: sempre, fin dal 3 Marzo 1961, quando ebbi la ventura di incontrarti sull’autobus che dal centro di Bologna portava all’Arcoveggio [ a quel tempo lavoravo a Bologna, come sgommatore in un ufficio di architettura sito nella centralissima via Farini]) mi era venuta la paranoica idea di un intervento di una ipotetica rediviva OVRA. Per spiami?? ma perché mai? Ehh, per ordine di Vito Mastrorocco che sospetta del sottoscritto, che invece è innocente al 100/10011! Lo giuro ! Leonida,, Gabriele, Vittoriale e Elvira la Vampita sono l’anima dell’OVRA e a lei danno l’anima, pronti a tutto pur di far brillare le loro stelle di “Vitt & Dintorni”. Manager, amici, donne delle varie pulizie confidenti, psicologi, redattori e redattore capo: un buon agente è tutto questo e anche di più. E loro, ognuno col proprio stile, sono i migliori. Tra giornate frenetiche e nottate passate in ascolto nella sala intercettazioni, a rimetterci è la loro vita privata… ma in fondo si divertono troppo per accorgersene. Con la partenza del fondatore Regretti le cose però si faranno un po’ più complicate! La voluttuosa Georgia non perdona!! La Russa è sempre in agguato!!

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